INIZIO (10)_Laura Giardina

Jasdeep accarezzò la distesa di fiori al suo passaggio, la via dei campi era senz’altro la più breve per raggiungere il tempio di Srirangam Ranganathar. Sentì il profumo di ashoka, ma trattenne il respiro perché, come le diceva la mamma, secondo la tradizione Hindu i fiori devono essere donati e offerti, non odorati. Ma la vera ragione era che il loro profumo la riportava al giorno più nero della sua giovane vita.

Anche quell’anno il diluvio era cessato, l’aria soffocante dopo il monsone si era trasformata in aroma. La natura rinasceva serena, i colori e gli odori erano più intensi, più limpidi, più veri.

Strappò una foglia dall’albero di betel e cominciò a masticarla, ripercorse con la mente ogni passo del Bharat Nathyam, la danza in onore agli déi, e spingendo l’aria fuori dalle narici intonò la melodia. Oggi non sarebbe andata al tempio per comporre le ghirlande, ma per danzare.

Da quando era stata accolta dalla comunità del Tempio, Jasdeep si occupava delle ghirlande, essere responsabile della preparazione delle ghirlande significava mantenere le regole della Tradizione, che disciplinano l’intero processo: dalla ripulitura del fiori alla composizione. Le piaceva avere regole, nella loro ripetizione le davano sicurezza e conforto. Le sue giornate erano scandite da esse, fin dal mattino presto per procedere alla raccolta, non senza prima essersi lavata al fiume. Bisogna prestare attenzione perché i fiori che cadono a terra, o quelli sporchi, non possono essere utilizzati. La ghirlanda di Dio non deve toccare i piedi, per questo mentre la componi, salmodiando i nomi dei santi, i fiori e gli altri materiali da lavoro vengono disposti su un tavolo la cui altezza sia superiore al livello dell’anca della tessitrice.

Jasdeep arrivò al tempio in anticipo per aiutare nella distribuzione dei pasti ai mendicanti, poi iniziò ad adornarsi per la Danza Dedicatoria perché appare bello solo ciò che si arricchisce con ornamenti. Ripassò ancora, meccanicamente, le geometrie delle sequenze e cominciò ad eseguire alla perfezione ogni movimento, tracciando nello spazio linee rette e triangoli con impeccabile simmetria. Conosceva ogni tintinnio dei suoi monili, i quali rispondevano ad ogni suo gesto… musica, movenze, suoni in perfetta armonia. Si accorse, però, che il Karn Phool, l’orecchino sinistro, non rispondeva con il suono al suo movimento, così come il bracciale, con l’incantesimo al suo interno, e la cavigliera del piede sinistro. Come era possibile averli perduti? O era stata così stupida da dimenticarsene? Improvvisamente, tutto intorno a lei cominciò a frantumarsi e i suoni la raggiunsero, assordanti nella loro dissonanza, risvegliandola con violenza dal suo torpore.

Rabbrividì con il gelo nelle ossa, le membra doloranti la inchiodavano al suolo. Atterrita, Jasdeep si guardò attraverso gli occhi altrui, e si vide imperfetta, grottesca, deforme. Prigioniera del suo corpo, si ripiegò su se stessa cercando di dissolversi. La danza, però, non si arrese. La obbligò a rialzarsi riappropriandosi dello spazio, in un roteare dapprima lento poi incontenibile, un vortice di cui lei stessa era protagonista e spettatrice impotente. Sopraffatta dai ricordi, con un movimento del capo come un colpo di frusta, fece sferzare la sua lunga treccia liberando i capelli dalla ghirlanda di fiori. I petali si dispersero galleggiando nell’aria come fiocchi di cotone e si ritrovò piegata sulle ginocchia senza più respiro.

Mamma… Adinath, Mahavir… Ravi…”

La mamma, quel giorno nero, si era attaccata alla trave del soffitto mentre l’acqua saliva e con la sua furia portava via tre dei suoi quattro figli. Non riuscì mai a perdonarsi di essere loro sopravvissuta, proprio come lei, Jasdeep.

Con un dolore acuto, insopportabile, nel petto, inspirò. Un respiro fino alle viscere. Finalmente le lacrime cominciarono a scendere incontrollate, solo allora la sua danza si placò, acquistando la pienezza del suo essere Jasdeep, finalmente pronta a sentire la sua musica.


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