INIZIO (11)_Giorgio Matteotti

Ero in parete e ancora una volta in solitaria!

Dopo un periodo di qualche anno, avevo deciso di riprendere la mia attività di rocciatore, anche per superare la tristezza che mi aveva assalito dopo che mia moglie mi aveva lasciato, senza una ragione plausibile, dall’oggi al domani. La mia mente era ancora obnubilata e facevo fatica a riprendere confidenza con la verticalità della roccia. Mi pareva di essere dentro un sogno e, oltre che sentire la mancanza di allenamento, mi sembrava che la montagna, la mia montagna, mi trattasse da illustre sconosciuto che si avventurava sulle sue vie come un principiante qualunque, senza un’adeguata preparazione. Salivo e salivo, e intanto riflettevo sui casi della vita e sui miei in particolare. Non era quello il modo migliore per intraprendere una scalata. Piantavo chiodi ad espansione nelle fessure e nelle crepe naturali, ma lo facevo quasi con timidezza, come fossi pauroso d ferire la montagna e la trattassi con riverenza. La mia delicatezza era assurda e non si confaceva al carattere sportivo dell’ascesa. Ciononostante, proseguivo con forza di volontà, ma una forza indotta solo dalla pervicacia dovuta al bisogno di reagire al mio stato d’animo. Mi venivano alla mente episodi del recente passato ed ero adirato con me stesso per la mancanza di carattere nel ménage quotidiano con mia moglie, forse causa dell’abbandono da parte di lei. Faceva caldo ed il prosieguo della giornata si presentava torrido, specie su quel costone di monte esposto a sud.

Sudavo, avevo le mani umide e dolenti per lo sforzo di issare il peso del mio corpo. Mi fermavo ogni tanto per riposare, ma ciò rappresentava una prolungata esposizione al sole ed erano ormai le due pomeridiane. Era il quindici di luglio, non c’era una nuvola all’orizzonte e mi restavano ancora duecento metri per giungere alla vetta. Incominciavo ad essere preoccupato e questo mi disturbava, mi disturbava alquanto. Inoltre, facevo molta fatica a piantare i chiodi e le crepe nella roccia stavano diminuendo a vista d’occhio. Mi sedetti su una piccola cengia per riposarmi un po’. Guardavo l’orologio troppo spesso, ormai, e il cuore batteva, batteva con frequenza inusuale e lo sentivo in gola. L’aria mi mancava e vedevo il sole roteare nel cielo. Mi aggrappai alla corda per issarmi un po’ e per farla passare nel moschettone, ma il chiodo uscì dalla fessura nella roccia. Sentii che questo era l’inizio della fine e, rassegnato, volai nell’aria arroventata.


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3 pensieri su “INIZIO (11)_Giorgio Matteotti

  1. affascinante racconto di scalata. Passo dopo passo scalavo anch’io e non mi aspettavo di … precipitare. Impreparata alquanto al volo ma con un piacevole senso di vertigine nel roteare. Grazie

  2. quanta maniera!!! forse eccessivamente costruito. non sono riuscita a vederlo mentre lo leggevo. non mi ha trasmesso alcuna emozione.

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