SOLITUDINE (3)_Franco Pelizzari

Apre la lettera appena ricevuta mentre è seduto alla sua scrivania. Il mittente, l’avvocato Luisa De Magistris, gliel’ha spedita due giorni prima:

Egr. Signor… bla… bla… bla… le scrivo per… bla… bla… bla… e per conto della Signora… bla… bla… bla… che qui rappresento”, blocco degli occhi e del cuore su quelle tre parole.

Che qui rappresento… che qui rappresento, si ripete.

(…) per discutere degli aspetti della separazione…”, altro blocco.

Un moto di rabbia lo assale, non finisce nemmeno di leggere, sale le scale quattro alla volta, entra in casa, vede la moglie che si sta preparando ad uscire, le sbatte la lettera in faccia:

Che cosa cazzo vuol dire ‘sta roba? Sei completamente fuori di testa?”

La moglie lo guarda stupita, come se stesse dicendo cose senza senso, come se il rumore delle sue parole le attraversasse i timpani senza lasciare alcuna impronta:

Cosa ti aspettavi? Non possiamo più andare avanti così”, risponde serafica, con il tono impersonale di chi sa che sta solo dicendo la verità. Assoluta.

Cosa vuol dire? Io sono qui, si può parlare, mica una lettera così.”

Si siede sulla poltrona, le mani nei capelli, gli occhi pieni di lacrime. Lei ora lo guarda sprezzante, disgustata dalla scena patetica, senza dignità, nessuna parvenza di orgoglio maschile.

Non c’è più niente da dire! Tu sei distante, incurante dei problemi miei, dei tuoi figli, non ti riconoscono nemmeno, non ti guardano più”, dice mostrandoglieli con un’alzata del mento.

Sei tu che me li hai messi contro, io amo i miei figli” e così dicendo si rialza dal divano e gli occhi gli si asciugano.

Loro sono appoggiati allo stipite della porta che guardano attoniti, senza sapere cosa fare, sembra si sorreggano l’un l’altra, gli occhi smarriti senza colore, bloccati. Silvia vorrebbe andare verso il padre e chiedergli di smetterla, abbracciarlo, dirgli “Basta papi, sono la tua bambina, prendimi in braccio e fammi le coccole”, ma l’intenzione è intercettata dalla mamma che la fulmina con un’occhiata, facendole abbassare lo sguardo, spegnendo ogni sua tenera velleità. Carlo, il piccolo, viene preso di forza e mostrato come uno scudo, un trofeo al contrario, un fantoccio inanimato, simbolo dell’odio materno agli occhi del padre.

Sei tu che me li metti contro… Guardali! Non riescono nemmeno a vedermi, hanno paura di ogni tuo gesto, te li porti persino nel letto con te per evitarmi ogni contatto con loro”, il timbro della voce cambia, si fa metallica, sembra arrivi direttamente dalla bocca senza passare attraverso le corde vocali:

Sei una vacca, una troia, vi ammazzo tutti…” e comincia a dar pugni a tutto quello che trova: mobili, divani, porte.

Calci al muro, urla laceranti, pugni in testa, sangue dal naso, pezzi interi di vita che se ne vanno. Apre un’anta dell’armadio, trova una pistola, la sua pistola, quella per l’autodifesa che non ha mai usato, per fortuna – pensa – la carica con precisione inaspettata. Ha ritrovato la sua calma, si sente forte, la schiena dritta. Inizia a sparare, dove capita, all’impazzata, gira per tutta la casa e sembra quasi divertito puntando la pistola qua e là e premendo il grilletto, fin quando gli viene l’idea di guardare il foro d’uscita della canna mentre esplode l’ultimo colpo. Proprio nell’istante in cui il laccio luminoso ed elastico che unisce quel punto del mondo al sole si rompe, separando la luce, lasciando in ombra un altro pezzo di vita.


Circolo Scrittori Instabili diCircolo Scrittori Instabili è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://circoloscrittorinstabili.wordpress.com/.

Annunci

4 pensieri su “SOLITUDINE (3)_Franco Pelizzari

  1. ben scritto. il ritmo mi ha coinvolta. un po’ scontato che sia la donna la cattiva e l’uomo a impazzire di dolore. ma è solo la mia opinione. e forse mi hai stuzzicato il femminismo. 🙂

  2. Il dolore che cresce ed acceca fino al compimento del gesto disperato. La prima parte: il dolore dell’uomo (poteva essere anche una donna) davanti alla richiesta di mettere lealmente fine a qualcosa che sicuramente era già finito almeno per l’altro partner. La seconda parte: l’impotenza assoluta, la perdita di tutto, l’azione di un gesto che sembra freddo e calcolato ma gestito poi all’impazzata come se fosse su una giostra. L’hai descritto molto bene, l’ho visualizzato nei suoi movimenti, nel suo sentire. Grazie

  3. molto bello il coinvolgimento franco….il tema è da tanti parlati ma da pochi capito: l’impotenza è l’anticamera della violenza. La violenza feroce è l’ultimo passo di una freddezza, di mancanza di comunicazione e di empatia che prima di essere sposi, amanti, sono persone..

  4. Mi è piaciuto molto .
    descrivi quello che secondo me succede spesso nelle tragedie che leggiamo tutti i giorni sui giornali, se metti in mano un’arma alla rabbia, sia essa una pistola un bastone qualunque cosa poi non ti fermi più fin quando non ti senti esausto o muori.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...