SOLITUDINE (4)_Laura Giardina

Evelina tornò a casa stremata. Come succedeva ogni volta che usciva e stava in mezzo alla gente, provava l’impulso irresistibile di fuggirla per rinchiudersi nella sua stanza. Sentiva quel profondo senso di gelo di chiunque si senta incompreso. Si appoggiò con le mani allo schienale della sedia, la nausea e la vertigine la fecero traballare. La compagnia degli altri nel suo quotidiano le richiedeva uno sforzo enorme, non era una condizione naturale per lei. Essere costretta là fuori a prendere contatto con i vizi e le vite rappresentate, la subiva come fosse una tortura. Si era accorta che il linguaggio ordinario, quello parlato dalla gente per intenderci, era illusorio perché aveva in sé una falla: mancava di precisione. La comprensione risultava fortemente oggettiva, ognuno dava un valore personale e un significato diverso alle parole a seconda delle proprie prospettive. Questo la costringeva a prediligere i silenzi al chiacchiericcio. Si fece una doccia, e l’acqua le veicolò immediatamente, come sempre, un pensiero da tradurre in immagine sulla sua prossima seta. Andò nel suo studio e sistemò la stoffa sul telaio, pronta per la pittura. Preparò gli inchiostri nella giusta diluizione, i pennelli corrispondenti, e cominciò a sovrapporre i colori, se ne stava come in punta di piedi, e si affidava rispettosa all’energia, lasciando che i colori fluissero magicamente, nutrendo i suoi occhi. Da bambina le piaceva giocare con i detersivi, gli shampoo ed i bagnoschiuma, vedere come cambiavano colore, miscelandoli da un contenitore all’altro, come una piccola alchimista. Anche adesso, spargendo granelli di sale sugli inchiostri ancora bagnati, traeva gioia dalla loro fusione e trasformazione, del resto anche noi esseri umani, attraverso i nostri umori come il pianto, il sangue, il sudore, l’orina, portiamo in superficie il sale dai nostri giacimenti interiori, i più nascosti, dissolvendo ciò che per noi è nocivo e lontano dalla nostra verità.

Immersa nel suo stato di ascolto, sentì bussare insistentemente alla porta, sbirciò dallo spioncino ed intravide la vicina del piano di sopra, per un momento si ricordò di lei e dello sguardo compiaciuto e di superbia indossato mentre passeggiava a braccetto col marito, questo la fece esitare dal risponderle subito, ma decise di aprirle. Tra le lacrime, e per volto una maschera bizzarra, le chiese se avesse un rimedio per non sentire il dolore, il dolore per il marito che l’aveva lasciata. Le rispose di no, e che non usava droghe di nessun tipo. Non la invitò ad entrare, ma la vicina arrogata al diritto di precedenza di chi sta soffrendo, la doppiò verso la cucina, articolando frasi sconnesse e melodrammatiche. Evelina privata, per la sorpresa, della capacità di reazione, si sentì in dovere di dire un qualcosa che potesse darle conforto. Iniziò a rovistare nell’archivio delle frasi di circostanza. Vi trovò solo un repertorio di aforismi da cioccolatini: “si chiude una porta si apre un portone”, “domani è un altro giorno”, “nessun uomo merita le lacrime di una donna” e così via. La sua attenzione, però, veniva costantemente richiamata dai particolari grotteschi del trucco disfatto. La sua completa asimmetria la disturbava, sentiva l’impulso di porvi rimedio con semplici abili pennellate. Per l’imbarazzo di un sorriso malcelato, abbozzò un cipiglio di circostanza che deve essere sembrato piuttosto convincente perché il monologo della sua interlocutrice continuò per molto tempo. Non attendeva risposte, né intendeva stabilire un dialogo, solo essere ascoltata, da chi non era così importante.


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6 pensieri su “SOLITUDINE (4)_Laura Giardina

  1. semplice e efficace. siamo individui compresi in una solitudine che per ognuno di noi ha una faccia differente. una faccia che solo a noi si mostra.

  2. la pittrice è sovrastata dalla sua sensibilità del percepire il genere umano che l’attornia e che non stima a tal punto che da una chiave di lettura amareggiante della ricerca di lei da parte della vicina. Può darsi che abbia ragione ma anche no, a volte da cosa nasce cosa.

    • grazie Mara, il racconto parte da una considerazione che per me è lo scopo della nostra esistenza: la realizzazione del proprio potenziale interiore. Ognuno di noi è responsabile di ciò che vive.
      L’esterno può produrre situazioni più o meno spiacevoli, ma la risposta che noi diamo ad esse dipende esclusivamente da noi.
      Un impedimento a questo, altrettanto incisivo, è costituito dai modelli di comportamento che ci vengono imposti dall’esterno, dalla socializzazione , non soltanto in relazione a ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare, ma anche riguardo a ciò che dobbiamo essere, pensare e sentire.
      Qui non si mette in discussione l’importanza delle norme di convivenza, ma una modalità secondo cui ci attribuiamo un valore non per ciò che siamo, ma per come ci comportiamo.
      È utile accettare dei modelli nella vita, il problema è che ci identifichiamo con essi, ci confondiamo con essi. (lo sguardo compiaciuto dell’essere moglie di )
      Si tratta piuttosto di una osservazione di alcune delle nostre dinamiche, dei nostri schemi, dei nostri modelli, delle nostre abitudini.
      Tutta la vita, allora, sarà spesa per mettere in scena quel copione, in ogni istante dell’esistenza quello sarà il tema dominante.
      La pittrice è un neutro, è solo una lente per la messa a fuoco, la vicina ha placato momentaneamente la sua angoscia, ma la sua condizione rimarrà invariata, perché ha cercato all’esterno il suo ammortizzatore.
      Bisogna essere inoltre molto rispettosi del tempo degli altri, siamo tutti in scadenza e non va sprecato.
      Il monologo della vicina non era uno scambio fra due persone, ma un vomitare addosso, che non è utile a nessuna delle due parti.

      • mi trovo d’accordo su quanto da te espresso, fino ad un certo punto.La pittrice non è neutra e basta rileggere le parole sopra riportate. Neutro non ha pendenze diversamente dalla protagonista. Do una lettura diversa della scena conclusiva. Non c’è nulla di male a cercare, mosse dall’emotività, un placare momentaneo, ha vomitato ok, succede. Il vomito si può ripulire e poi dopo lo sfogo si può anche chiedere scusa con una consapevolezza nuova. Sono contenta che il pensiero del rispetto del tempo degli altri inteso che “non lo devo sprecare xchè siamo a scadenza” non mi appartenga.

  3. Bello e mi trovi d’accordo che certe volte è molto meglio il silenzio.
    Gli artisti hanno una sensibilità particolare poi la donna/uomo la traducono in base alla propria esperienza di vita.

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