INCONTRO (3)_Franco Pelizzari

Me ne stavo lì impalato, incapace di reagire. I pensieri mi giravano in testa, padroni della scatola cranica, governavano il mio umore, nero. La camera d’ospedale era appena sufficiente a ospitare due letti, un tavolino rettangolare appoggiato al muro con due sedie, l’una di fronte all’altra, vuote. La finestra a nastro era abbondante, ma dal letto non si riusciva a guardar fuori.Che follia, pensai. Camminavo avanti e indietro, tra il corridoio e la camera. Perché proprio io dovevo starmene lì a far la guardia? Ero giovane e avevo voglia di vivere, una schiera di amici mi aspettava, pronti per far baldoria. Non so se avete presente un gruppo di adolescenti con le moto cosa riesce a fare, bé io sì, un gran casino, proprio un gran casino riesce a fare. E invece no! Lì a far da guardia a un vecchio, che conoscevo anche poco. Mia madre era rientrata a casa, per riposare un po’, aveva detto. Mia sorella non c’era, lei non è mai di alcuna utilità, in un modo o nell’altro riesce sempre a svignarsela. Mio padre aveva subito preso la scusa di dover accompagnare la mamma ed ecco che io, zac, sono rimasto fregato. Per esclusione, direi, nemmeno per scelta. Il nonno dormiva, la mia presenza non era in realtà necessaria ed io mi sentivo diverso nel respiro, come se l’odore diffuso di disinfettante mi avesse modificato l’olfatto, irrimediabilmente. Ogni tanto passava qualche infermiera, una in particolare era davvero carina, immaginai che sotto il camice non fosse nemmeno vestita. Cavolo, chissà cosa succede qui di notte, pensai, senza darmi risposte. Rientrai in camera. Tutto come prima, il nonno che dormiva e la luce esterna che calava avvicinandosi l’imbrunire. Si svegliò di soprassalto, come se avesse fretta:

Ciao Giorgio caro, vieni, vieni qui, avvicinati”.

Io ci andai, cosa potevo fare? Mica potevo far finta di non sentire! Mi sedetti sul letto di fianco, era vuoto. Lui allungò la mano, cercando la mia. Cavolo, mi obbligava ancora a fare quel che voleva lui, ok, te la do, pensai. La pelle era liscia, anche se la mano era raggrinzita, magra, le vene in rilievo disegnavano strade impazzite. Muoveva il pollice accarezzando il dorso della mia, che fastidio! Mi prendeva lo stomaco e mi accorciava il respiro:

Prendi una sedia e avvicinati”, mi guardava con i suoi occhi azzurri iniettati di sangue malato. Ubbidii, anche per staccarmi dalla sua mano. Mentre mi avvicinavo con la sedia, mi disse:

Sono felice che sia tu qui, ora, a farmi compagnia…”, parlava piano, con voce sottile, Tu sei giovane e siamo stati insieme poco. Nemmeno la nonna hai conosciuto, vero?”.

Al mio sì con la testa, si riprese:

Già, sì, certo, eri piccolo. Ti ho mai parlato di lei?” e, non aspettando la mia risposta, continuò, “Incontrai tua nonna una sera d’estate, vidi che era lei ancor prima di sentire lo stomaco dissolversi”, disse ridendo, tra i colpi di tosse. L’ho sempre amata, era una donna straordinaria… abbiamo vissuto insieme una vita meravigliosa, sai?… Mi è mancata molto in tutti questi anni… molto… era impossibile sostituirla… sono stato fortunato… sono stato molto fortunato. Sono felice che tu sia qui…”

Mi guardò sorridendo, chiuse gli occhi. Non distolse il sorriso.

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – legge Gianluigi Bergognini


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