INCONTRO (5)_Giovanni Zambiasi

La cena era anticipata di mezz’ora e dovevo, oltre che presentarmi al nuovo ospite, comunicare l’anticipo dell’orario. Bussai alla porta della camera. Un attimo di silenzio e poi la sua voce:

Arrivo…”, la porta si aprì senza che potessi sentire i passi che si avvicinano. Mi apparve e i miei occhi non riuscivano a spostarsi da quel sorriso che aspettava di conoscere il motivo della mia visita. Le parole uscirono in automatico simulando una consueta professionalità. Mi presentai e comunicai l’ora della cena.

Ci sarò… grazie”, e il sorriso scomparve dietro la porta che si chiuse. Scesi le scale, andai in cucina a controllare il nuovo cuoco alle prese con i contorni, ma c’era lei nei miei occhi e l’istante che avevo vissuto non svanì neppure mentre apparecchiavo i tavoli. Il tempo, lentissimo, dilatava la mia attesa.

Ero già innamorato e il resto di quei giorni lo passai a inventare occasioni per stare con lei. Sofia sembrava gradire i miei inviti, io non facevo altro che guardarla cercando di non farmi notare. Il suo sorriso risvegliava il mio cuore che avevo addormentato per la paura di perderne il controllo e soffrire ancora. L’ultimo pomeriggio del suo soggiorno l’avevo convinta a fare un’escursione sulla collina: osservare la naturalezza del suo incedere lungo il sentiero che portava alla cima mi svelava l’istintiva sensualità di una donna abituata a muoversi. I giorni insieme finirono in un battito d’ali, Sofia partì e io sperai in un’altra occasione. Come in un sogno, dopo alcuni giorni, molti sms ed email, mi ritrovai a guidare in tangenziale. Il traffico inesistente, i ricordi riaffioravano. Quante volte avevo sentito l’amore invadermi per, poi, ritrovarmi a pezzi e continuare il mio viaggio da solo. La sofferenza della separazione è il seme di un nuovo incontro, questo era per me ormai una certezza. La luce arancio apparve sul display, mi fermai a far gasolio, l’aria fredda e umida della pianura mi riportò come un gps nella mia attuale posizione: stavo tornando da lei.

Arrivai puntuale, pochi istanti dopo la vidi, camminava veloce, il vialetto spariva alle sue spalle e in pochi secondi salì in macchina. Guidavo con lei accanto e la meta non era più importante. Seguii il mio istinto e arrivai sulla spiaggia circondato dalle pietre, immerso nel silenzio del mio lago d’inverno. A Sofia non servono parole: la sua anima trasparente come l’acqua di Gennaio si legge con la facilità con cui si possono contare i sassi sul fondo. Io so contare, so leggere le sue paure e le sue speranze, vedo il suo presente non ancora passato, intuisco il nostro presente non ancora futuro. Non sapevo cosa fare se non essere me stesso. Ricordavo l’errore, travestirsi per essere accolto non serve: ero io e basta, volevo essere amato per quello che ero, tutto il resto è solo bianco e nero senza i colori della gioia. Tristezza, felicità, eccitazione, speranza… un vortice che mi travolgeva, ma senza riuscire ad allontanare le mie mani dalle sue, i miei occhi dai suoi. Le parole cadevano come foglie gialle dagli aceri in autunno, il vento di Sofia le faceva volare e il tempo era fermo da ore.

Posso chiederti una cosa?”, la sua voce spezzò la caduta libera dei miei pensieri, sentivo ancora le sue mani muoversi, vedevo i suoi occhi, “Posso abbracciarti?”.

Lo eravamo già, abbracciarti, prima che potesse muovere le labbra. La paura svanì nel ticchettio della pioggia sui vetri, i battiti dei nostri cuori annullarono il passato e il futuro non aveva più importanza. Insieme, Io e Lei abbracciati nel presente che annulla il tempo.


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