INCONTRO (6)_Elda Cortinovis

L’accampamento era buio e silenzioso. Anche Jimmy stava per coricarsi e spegnere la luce fioca della lampada, che penzolava dal soffitto della sua tenda. Aveva lavorato tutto il giorno e la stanchezza si faceva sentire, ma il posto scelto non lo metteva totalmente a suo agio. La sua tenda allineata alle altre era quella più vicina alla foresta e questo lo preoccupava un po’. Così pensò fosse meglio dare un’occhiata all’esterno. Abbassò leggermente la cerniera per spiare la situazione. Tutto sembrava tranquillo, ma appena richiusa la lampo, udì dei rumori. Una cantilena e dei colpi ritmati provenivano da lontano. Prese coraggio, si infilò i pantaloni ed uscì all’aperto. Era una notte splendida, le stelle sparse nel cielo terso offrivano uno spettacolo straordinario e affascinante. La luna illuminava il campo, ma al confine della macchia, quando la vegetazione s’infittiva, tutto diventava buio e indistinguibile.

Jimmy si guardò intorno per capire meglio da dove provenissero quei suoni, non vide nulla, ma appena date le spalle alla boscaglia si sentì osservato. Si girò di scatto e scorse la sagoma di un animale di passaggio. La foresta amazzonica non era certo un luogo sicuro. Sarebbe potuto tranquillamente restare al campo, nella sua tenda o semplicemente svegliare qualcuno, ma non lo fece. Attratto da quella nenia e da quei battiti sordi, Jimmy infilò il sentiero che aveva già percorso durante il giorno con il suo gruppo e che sapeva portava al fiume.

Man mano che si addentrava nella foresta, il ritmo si faceva sempre più incalzante. A passo spedito, avanzava evitando alberi e arbusti; inciampò e si risollevò più di una volta, fino a quando raggiunse il limite della vegetazione e intravide sulla riva del fiume una luce. I suoni, che lo avevano trascinato fino a lì, erano ora voci distinte che modulavano un canto. Si accucciò, respirando affannosamente, dietro un grande arbusto e spiò la scena. Non credeva ai suoi occhi. Tastò con la mano nelle tasche dei pantaloni e trovò la sua inseparabile macchina fotografica. Inquadrò la scena e la osservò attraverso l’obbiettivo. Era così emozionato che il cuore prese a battergli in gola. Indugiò qualche attimo prima di scattare. Avrebbe certamente attratto l’attenzione a causa del flash e senza dubbio avrebbe interrotto quel momento magico, ma voleva documentare i fatti e…click, premette il pulsante.

Fu come spegnere un interruttore, ogni suono si arrestò e calò il silenzio. Uno degli indigeni si alzò e guardò verso Jimmy. Per un istante i loro sguardi si incrociarono. L’incontro di due mondi lontani. Erano l’uno di fronte all’altro; in mezzo un arco temporale che segnava il lungo cammino dell’umanità. La macchina del tempo era in azione: per Jimmy era come poter guardare i suoi antenati, per l’indigeno era come fare un salto nel futuro. Lo sguardo fu così intenso che comunicò più di mille parole. Sanciva un patto di rispetto reciproco. Poco dopo il suono del tamburo echeggiò nuovamente, lasciando immutati quei mondi. Tornato al campo, Jimmy entrò nella sua tenda e riguardò la foto.

Una tribù di nativi ancora incontaminata dall’uomo moderno, sulla riva del fiume che canta e danza al ritmo dei tamburi, in cerchio intorno al fuoco, con le mani alzate.

Avrebbe potuto svegliare la sua troupe di documentaristi e mostrare loro l’immagine come un trofeo, ma aveva fatto un patto e scelse di onorarlo.


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