INCONTRO (7)_Barbara Favaro

Sei una donna eccezionale”, il sorriso disarmante inebriato dal profumo di gelsomino che la avvolgeva, quasi un soffio timido, come un segreto, come se l’unico modo per arrendersi a quell’evidenza fosse dargli voce. Karin si strinse a lui, e mischiando il suo respiro al rosso carminio posato sul suo orecchio chiuse gli occhi. Sospirò, piano, allentando un po’ la tensione, quell’uomo era davvero riuscito a farle incrinare lo spirito selvaggio, forse perché capace di solleticare la questione accoglienza, il suo punto debole. Un po’ se n’era pentita, le cose erano state piacevoli, davvero piacevoli. Anche le cose più belle, però, possono essere rovinate dalle parole. Le dispiaceva doverlo constatare ancora una volta. Ripensò a Michael in quel giorno: “Sei una donna da sposare”. Il sorriso mortificato della moglie, che lui cordialmente puniva facendo l’amore con lei, era rimasto un ricordo pruriginoso, assieme alla torta di compleanno che aveva fatto volare dal tavolo al centro della sala. Gli invitati poco attenti pensarono ad un incidente, uno strano caso di torta indemoniata. Michael, sfacciatamente seducente, ma idiota, seppe comunque comportarsi da gentleman. Gliel’aveva lasciata passare, si era ritratta. Era trascorso un po’ di tempo, le guarigioni non sono sempre veloci come si vorrebbe, e dopo i vent’anni una lo ha già capito e se ne fa una ragione. Il respiro dell’uomo che la stava abbracciando era lieve, sentiva il suo peso addosso. Lo sguardo stupito, verde smeraldo, era incollato al suo viso e avrebbe voluto trovare le parole adatte per rispondere, ma come dirlo? Ci doveva pensare. Aveva lasciato il letto di Jean-Luc senza voltarsi, avrebbe rivoluto il suo orologio, ma non voleva richiamarlo. Avrebbe dovuto spiegargli il perché quel suo “Sei la donna più bella del mondo”, proprio il giorno in cui aveva scoperto che anche Cheryl divideva con lui il letto una volta a settimana, le era risultato un po’ fastidioso. Lui dormiva ancora, l’alba s’immaginava splendida, era primavera inoltrata ed era tempo di respirare nuovi amori, quindi, a malincuore è vero, aveva deciso di uscire da quell’inghippo bizzarro. Jean-Luc, chissà se una maledizione o l’altra ti avrà colpito a quest’ora, pensò. Karin riprese coscienza dell’istante, l’abbraccio aveva perso vigore, il viso virile era appoggiato al suo collo e stava scivolando nella scollatura, il seno involontariamente registrò il contatto. Anche il cameriere lo registrò, soffermandosi ad osservare la mano affusolata, dalle unghie splendidamente laccate appoggiata alla guancia di quell’uomo fortunato, che sembrava guidarne la bocca oltre il vestito. Karin sorrise, fece scorrere con dolcezza l’altra mano dalla nuca del suo amante fino alle scapole e, come se temesse di destarlo, sfilò il braccio facendo cadere un po’ la spallina dell’abito da sera. Il cameriere si passò la lingua sulle labbra e, mentre lei gli strizzava l’occhio blu con malizia appoggiando la testa dell’uomo sul tavolo con tocco naturale, si ritrasse come scosso da un contraccolpo di carabina e sparì dalla sala, agile e silenzioso. Karin prese il tovagliolo, ripulì lo stiletto che luccicò d’argento rosato e lo ripose nella borsetta. Diede un bacio a quelle labbra senza resistenza, grata per l’occasione: Eccezionale… “, sussurrò, marcandole di rosso carminio, come i fiori che sbocciavano sgocciolanti sulla camicia candida. I tacchi risuonarono nella sala, una pioggerella estiva. Un profumo tenue di gelsomino toccò le narici di ogni uomo presente, di una dolcezza straziante.


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