INCONTRO (9)_Luca Bonini

Il nostro stare insieme somiglia alla risacca, sbatte forte, cieco, ignorante, e poi ritorna, sfuma, si spegne. Il nostro amore è come l’emozione più pura che poi subito si consuma e si fa colpa.

Non sono mai riuscita a trattenere la felicità, solo con lei riesco a fermarla anche se solo per un attimo, la imprigiono, la faccio mia. Rallento. La velocità tutto d’un tratto mi pare inutile, sfioro con lentezza il suo fianco, le mie dita sul suo caldo, lei dorme e non lo sa. Quando come adesso sto con lei il tempo si ferma, il futuro si perde e la nostalgia si addomestica. Poco fa parlava, con il sonno che le si infilava tra le parole, come di solito capita solo ai bambini. Si è svegliata quando ho aperto la porta di casa, stasera ho finito davvero tardi. Non è riuscita ad aspettarmi sveglia, ma non mi avrebbe perdonato se l’avessi lasciata dormire. Le piace quando sposto le coperte e la saluto a bassa voce, con tutta la dolcezza che conosco. Entro nella nostra stanza, ma aspetto sempre prima di far rumore, sto lì immobile, in piedi, la guardo. Dopo una giornata di parole il silenzio è meraviglia. La guardo. Lei respira piano e mentre mi avvicino apre gli occhi. Allunga le braccia, come per stirarsi, come per abbracciarmi. Poi mi stringe e la sento confondersi con me. L’adrenalina del giorno dirada, mi calmo, mi fermo. Torno alla vita, la mia, alla delicatezza che là fuori non conosco, solo con lei posso sentirmi fragile perché solo con lei sono al sicuro. Torno alle parole, quelle a cui voglio bene, alle parole che mescolano la tenerezza con la passione e la passione con la tenerezza. Alle parole che sono solo nostre. Lei mi passa una mano sul collo e la fa scivolare sulla spalla poi mi bacia. Mi tira a sé. I suoi gesti si muovono come in un sogno, sospesi tra il sonno e la veglia. Poi lei si riaddormenta, mentre mi chiede come è andata la giornata. Io non le rispondo perché so che si addormenterà di nuovo prima d’essere raggiunta dalla mia voce. Mi sdraio vicino a lei. La stringo forte appoggiando la mia faccia tra i suoi capelli, ascolto il suo respiro e comincio a respirare come lei, con la stessa regolarità, diventiamo una persona sola. A volte mi chiedo come potrei respirare se lei non ci fosse, come potrei addormentarmi, come potrei sentirmi a casa se non tornassi sapendo di incontrarla, di trovarla lì. Ho ballato tutta sera tra luci feroci e uomini finti. Mi ricordano mio padre, la paura che provavo quando era in casa e la rabbia secca, quella che mi asciugava la bocca e non mi permetteva di parlare. È stato il mio primo uomo, gli altri li ho tutti odiati per causa sua. Il mio lavoro me li fa incontrare ogni giorno, me li fa conoscere e mi permette di giocarci, faccio sorrisi, loro mi toccano e io divento di plastica. Qualcuno mi parla, dei figli, della moglie, delle fatiche del lavoro; altri stanno zitti e vogliono solo svuotarsi. Altri ancora cercano d’essere simpatici e io regalo loro l’illusione di una qualche complicità, un barlume di relazione, di legame. A volte penso che siamo tutti avvoltoi, golosi di realtà, ma senza poterla mangiare viva, senza poterla cacciare, senza poterla rincorrere, qualcuno si accontenta delle sue briciole, qualcuno delle sue carogne. Poi torno a casa, stanca, e lei è li che mi aspetta e mi fa dimenticare la notte, mi ripulisce, mi purifica. Degli uomini vedo solo il peggio, ma è quello che cerco. Questo lavoro non lo potrò fare a lungo senza impazzire, ma adesso ne ho bisogno, non capisco perché continuo a farlo, ma non posso fare altro. Devo continuare ad odiare, ogni sera, giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno devo farmi salvare la vita da lei; lei che mi avvolge ingenua nella nostra inviolabile semplicità.


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