VICINANZA (6)_Giovanni Zambiasi

L’ennesima telefonata a richiesta del saldo dei leasing si sommava alla posta accantonata sulla scrivania, carta che urlava urgenza e scadenze non rispettate, avvisi bonari e meno. Il suo cervello faticava a intravedere una via d’uscita alla situazione in cui stava precipitando. Confuso, senza la capacità di programmare l’attività che aveva creato, di rinnovare e proporre un lavoro che tanto amava, com’era potuto succedere? Com’era arrivato fino a quel punto? La crisi, le banche, errori di valutazione su investimenti fatti negli ultimi anni, tutto insieme. Ora navigava a vista nella tempesta finanziaria che si era scatenata e che lui era costretto ad attraversare suo malgrado.

Ancora il telefono! Stavolta, però, il display indica Enrica e dopo i saluti parte in quarta:
“Ho una bella notizia da darti… Sai, il sogno di aprire il mio piccolo ristorante, si è avverato! Stavo per rinunciare, delusa per le tante difficoltà, ma un mese fa mi sono detta: perché abbandonare un sogno così bello? Ho provato ancora e adesso: trovato il posto adatto, la gente arriva ed è contenta della mia cucina e passano parola… ”
Enrica continua come un fiume in piena, lui ascolta ricordando il suo sogno. L’ambizione di materializzare quella visione guida le sue scelte, le poche scelte che ancora può concedersi, tutto il resto arriva e si ritrae come onde che nessuno può fermare. 
Onde potenti che sbattono la sua vita sugli scogli per poi trascinarla verso il largo. Poteva fare solo una cosa: concentrarsi sulla prossima onda per non farsi travolgere.
Enrica lo saluta: ”Devo sdebitarmi con te, mi avevi sempre detto di credere nell’amore e nelle cose belle, l’ho fatto e adesso il mio ristorante esiste! Proprio come lo sognavo, grazie… ti aspetto a cena”.
Anche il suo sogno rimaneva vivo, come una luce di posizione illuminava sempre il buio e le onde non potevano sorprendere la sua navigazione. 
Gli insegnamenti che aveva ricevuto, in cui credeva ancora, parlavano di onestà e correttezza, ma non di onde. Di dedizione e pazienza, non di tempesta. Di gentilezza e perdono, ma non di uragani. Stefano sentiva che non c’era senso in tutto quello che stava succedendo se non la volontà dei creatori delle onde di distruggere e di annientare con il solo scopo di godere della rovina, di ogni cosa bella.

Enrica era riuscita a raggiungere il sogno, ad annullare le onde, era riuscita a creare la sua felicità seguendo le sue parole. Allora perché questa situazione senza uscita, perché proprio a lui che aveva sempre voluto essere il testimone che la sintonia con l’amore e la vita è possibile e reale? Non esisteva altro motivo se non il gusto di distruggere. L’unica sua arma per contrastare gli eventi erano il suo sogno e la luce che da esso irradiava ancora, nonostante a volte sembrasse spegnersi, sopraffatta dai venti, riprendeva sempre a bruciare dando ancora energia alla sua speranza. Stefano aveva nel sangue la tradizione dei nonni pescatori, Stefano sapeva come fronteggiare la tempesta e soprattutto era sicuro che non sarebbe stata eterna: anche le onde arrivano, si quietano e la calma le segue… sempre. Le nuvole impenetrabili svaniscono lasciando spazio al sole ed i venti fortissimi si trasformano in brezze. Lo sapeva e aspettava, giorno dopo giorno, onda dopo onda, sapeva che il tempo era dalla sua parte e avrebbe fatto la differenza.
Enrica era la prova vivente che aveva ragione, e gli aveva ricordato una cosa importantissima che la tempesta aveva offuscato: non bastava aspettare, era necessario continuare a credere, ricordare le origini del nostro percorso. Il dolore e il disgusto per la distruzione della sua terra trasformata in cemento e plastica, lo sgomento per la sparizione di milioni di alberi per far spazio all’asfalto, gli animali massacrati e l’acqua usata come pietoso velo per nascondere immondizie mortali, lo motivavano a dimostrare che esiste un’alternativa in sintonia con la terra, il lavoro e la vita. Testimoniare che è possibile è il suo l’obiettivo.
La forza che gli permetteva di continuare scaturiva dalla vita, da tutte le cose belle che aveva creato con l’aiuto di tanti e che si rifiutava di vedere distrutte. Scaturiva dall’amore per il suo lavoro e dall’amore che riceveva tutti i giorni da chi ancora gli stava accanto e lottava con lui. Niente lo avrebbe fermato, nessuno gli avrebbe impedito di mostrare al mondo che esisteva l’alternativa alla distruzione, che vivere in simbiosi con l’ambiente non era utopia e che la bellezza poteva creare un’economia eco-sostenibile. La tempesta era la dimostrazione concreta che la sua visione era vicina. Visione di uomini, alberi, animali, pietre, uniti insieme a difendere la terra, l’aria, l’acqua. La rabbia delle onde in fondo era solo la disperazione di una tempesta che stava morendo.
Stefano era pronto a ricominciare, pronto ancora a guardare l’orizzonte. Non servivano più le domande, ma la vicinanza della luce che viaggiava con lui indicandogli la rotta.

 

 

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