VICINANZA (7)_Barbara Favaro

La sala d’aspetto del reparto immunologia era affollato. Un corridoio con qualche sedia, un chiacchierare sommesso, l’andirivieni di infermiere e dottori dalle facce distese. Era quello che la tranquillizzava. Sapeva che in quel posto aiutare era un dovere accompagnato dal sorriso, non un peso. Tutti in quel reparto erano addestrati per questo: accoglienza e cura. Era grata a ognuno di loro, le avevano salvato la vita. Trovò posto e si sedette, dopo aver consegnato all’infermiera il solito modulo compilato e le analisi più recenti. Di fronte a lei una donna coperta dal niqab con accanto un uomo corpulento, con i baffi, che teneva in mano una borsina di plastica con dei farmaci. Gli occhi neri della donna gocciolavano sulla stoffa spessa, marrone, la sua mano scura dalle dita gonfie stringeva un fazzoletto bianco che di tanto in tanto raccoglieva le gocce, ma erano troppe. S’intravedevano i piedi coperti da calzettoni di lana spessa, non portava scarpe ma ciabatte. Le dita deformate dalla malattia non sopportano costrizioni, anche morbide provocano dolore. Distolse lo sguardo dalla donna e si confuse con lei. Conosceva la sostanza di quella sofferenza. Le ossa spingono e pulsano. Il bruciore si estende dagli arti al cervello, senza tregua. Il gonfiore strangola l’affluire del sangue. Il sangue come fuoco. La sa solo Dio la portata di quella lava… o Allah.
Nessun Dio ti viene a salvare, però. Nessuno.
Nella sua prima visita il marito dopo aver ascoltato la diagnosi del primario riassunse la questione in questo modo: “Tempo qualche mese e finirai sulla sedia a rotelle”.
E da quell’istante si staccò, senza voltarsi indietro. Ricordando il cuore accusò lo stesso spostamento, anche se erano trascorsi dodici anni. La cura aveva funzionato, la malattia aveva rallentato, era meno famelica. Poteva usare le mani, poteva camminare, la sua vita era ancora dignitosa e il dolore, quello impari a gestirlo, impari a non trattenerlo. Si passò la mano sulla guancia, rapidamente, sentendosi una sciocca. La porta dell’ambulatorio si aprì, l’infermiera pronunciò il nome straniero e chiese alla donna di seguirla. Lei sospirò e annuì. L’uomo si alzò velocemente e si diresse nella stanza dove il dottore stava aspettando. Gli occhi neri la cercarono trovandola. La raggiunse e le prese la mano. Un respiro profondo e con grande sforzo le gambe riuscirono a stendersi per sorreggere quel corpo che urlava. Un passo difficile il primo, anche il secondo. Fianco a fianco il corridoio fu affrontato a testa alta e le mani salde l’una nell’altra non permettevano cedimenti:
“Eccomi, signora si appoggi pure a me”, l’infermiera come brezza tiepida arrivò strizzandole discretamente l’occhio.
La donna dal niqab ingombrante, corazza che nasconde ma non protegge, annuì e con un cenno lieve del capo ringraziò la compagna che portava i suoi stessi segni, che sapeva di lei senza bisogno di chiedere. La porta dell’ambulatorio si chiuse, l’infermiera e la donna sparirono all’interno.
Lei le augurò la sua stessa fortuna. Le augurò la forza che l’aveva animata. Le augurò dei figli amorosi e attenti, come i suoi. Le augurò di essere libera da quell’uomo incapace di compassione se non più d’amore. Le augurò che Allah avesse cura di lei, la stessa che il suo Dio le aveva donato.

Piccoli passi, costanti: direzione vita.

 

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