PERSEVERANZA (6)_Laura Giardina

Alida riprovò a chiamare, ma il telefono suonava all’altro capo inutilmente libero, quel silenzio le urlava risposte logiche che lei non riusciva a sentire. A volte pensare fa male, soprattutto se le nostre riflessioni ci portano a verità e a soluzioni semplici, noi preferiamo i sentieri tortuosi e contorti. Si vestì, prendendosi il suo tempo, aveva già visualizzato in anticipo cosa mettersi e il trucco da adottare per l’evenienza. Aveva letto i consigli su Grazia per quella primavera, caratterizzati da vestiti dalle linee dritte e forme geometriche. Non era molto d’accordo sulla lunghezza delle gonne, così corte non le trovò convenienti. Diede un ultimo tocco al trucco, bagnò lo spazzolino, lo strofinò sul panetto di mascara e lo applicò sulle ciglia. La pochette era già pronta, rigonfia, con dentro il necessario. Poche fermate del tram per arrivare a San Babila, da lì avrebbe proseguito a piedi fino alla Galleria per arrivare in piazza della Scala. Federico aveva le prove d’orchestra, stava per aprirsi la stagione con il debutto della Cavalleria Rusticana, protagonista la grande Simionato. Gli estranei non sono ammessi alle prove, ma l’usciere, il Nando, conosceva Alida fin da piccola, le fece un gesto di intesa e lei entrò.
Da lontano riconobbe la nuca familiare di Federico, percepì il suo nervosismo, anche quello le era familiare, intento nel dare le ultime indicazioni alla sezione degli archi. Prese posto nel lato in cui non era molto visibile e aspettò. D’altra parte aveva già aspettato così tanto per vederlo. Si sentì mossa da mille sensazioni contrastanti, una parte di sé le ricordava freddamente del perché si trovasse lì, l’altra parte arrivava tracimando e inondando le aree più ostili con sentimenti di tenerezza. Erano mesi che fingeva indifferenza mentre la sua anima si macerava consumandosi lentamente, in un doloroso suicidio.
L’innamoramento ci pone sempre una domanda e soltanto la presenza dell’altro riesce a disegnarne il significato, e nella sua assenza la domanda ritorna, ossessiva e angosciosa. Alida si detestava per come quell’amore la poneva di fronte alla propria miseria, così come detestava il potere che Federico aveva su di lei. Bisogni, desideri, felicità dipendevano da lui, solo lui con le sue parole, gesti e atteggiamenti poteva placare quella sete, con le sue risposte.
Perché la nostra felicità deve essere delegata? Perché ce la vediamo passare tra le dita, sfiorandoci senza mai raggiungerci?
Era così stanca, spiava i suoi movimenti, tormentata dalla gelosia, si era appostata per giorni sotto casa sua in via Moscova, agendo e vagando alla cieca nel suo mondo immaginario, arrendendosi infine a un potere che esisteva al di là della sua volontà e della sua ragione. In quell’istante aveva deciso si sarebbe ripresa la sua libertà e avrebbe plasmato il suo mondo ideale, ma questo presupponeva la distruzione di quello reale. Si, era questo il motivo per cui era lì adesso.
La sala silenziosa la richiamò al presente, distogliendola dai suoi pensieri, udì le prime note del famoso “Intermezzo”, il suono degli archi e la loro struggente bellezza le arrivarono nel profondo. Il cuore cominciò a batterle forte, attimi senza respiro, dilatati.  Alida trasportata dal vento volò lontano, in un luogo sconosciuto, dove la tristezza e le lacrime si erano dissolte, pronta a imparare una nuova forma d’amore, non più sbagliato, npn più malato. Si abbandonò felice all’opportunità di un cambiamento, galleggiando sospesa fra le note, chiuse gli occhi e sorrise.
 

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