COMPRENSIONE (7)_Barbara Favaro

Lo stanzino era stretto e lungo, da un lato una scrivania con il pc sempre acceso, dall’altro un bagno piccolo, ma funzionale. Nel corridoio un armadio di legno, fatto su misura, addossato alla parete, quelli con mille cassetti e probabilmente cento anni di servizio. Ormai avevano preso l’abitudine di gonfiare il letto di gomma e stendersi lì, in quegli attimi di pace, sospesi nel tempo, che si concedevano una volta ogni quindici o venti giorni. Nascosti dal mondo, nascosti alle loro vite pubbliche, nascosti forse anche a loro stessi, o almeno a quella parte che non voleva arrendersi e sognava ostinata un’altra vita. Era iniziata come tante storie moderne, dal monitor si passa al contatto di pelle e hai una scossa, come se ci fosse uno scollamento e ti ritrovassi risucchiato da quel virtuale che è un po’ gioco e un po’ dolore. Non lo capisci bene perché non c’è molto tempo per capire, devi scegliere se esserci o non esserci e fatalmente il tuo esserci ti rende schiavo.
In segreto parole che ripetono le note del per sempre, e in pubblico la maschera di un benessere che della plastica ha l’odore e la resistenza.
Avevano fatto l’amore, perché era amore e lo sapevano entrambi, e si erano ritrovati stesi uno sopra l’altra a sussurrarsi cose senza senso che li faceva sorridere, finalmente. Lo squillo del telefono del negozio li fece trasalire.
“E’ lei”, specificò mentre si alzava e la lasciava nuda e raggelata, pronta a scappare.
“Ciao, dimmi”, sentì la sua voce farsi sicura, senza tentennamenti, forse per l’abitudine alla menzogna o forse per istinto di conservazione, “sto aspettando di iniziare la seconda partita, sì… sono passato di livello e appena finiscono gli altri vedo con chi mi devo scontrare… “.
Aveva sempre pensato che quel dannato gioco di guerra fosse un modo per rincoglionirsi, tra spari e agguati e morti in pixel, e che alla sua età avrebbe dovuto rendersi conto che i riflessi dei ragazzini non hanno rivali. Ma lui vinceva, era addirittura diventato il loro punto di riferimento, il più anziano, quello con più esperienza. Quindi se l’era messa da parte e si era detta che con quel maledetto gioco evidentemente si manteneva arzillo. Infatti, non dimostrava affatto la sua età, non aveva fatto fatica a innamorarsi di lui anche per il suo aspetto da ragazzo fascinoso e sornione. Ora quel gioco maledetto stava salvando la pelle a entrambi, la moglie se la beveva in serenità, forse perché così le conveniva, andare a fondo con certi sospetti significa essere pronti ad affrontare la verità. Era scomoda quella verità, sia per lui che per lei, che da anni non dividevano neppure lo stesso letto. No, non poteva esserne certa, ma lo amava e gli credeva.
Cos’altro avrebbe potuto fare?
Lui riattaccò, e con un sospiro annunciò: “Tutto a posto”.
Ritornò su di lei per abbracciarla, baciandole la schiena salì di nuovo la voglia e lo spiacevole siparietto era già dimenticato. Lei si girò per guardarlo, avrebbe voluto portarlo via, via dalla sua vita per farlo entrare in un mondo diverso, senza bugie almeno.
“Cosa c’è?”, le chiese sottovoce. Lei scosse la testa impercettibilmente, avrebbe voluto saper mentire come sapeva fare lui, e si rese conto che anche lei preferiva credergli piuttosto che affrontare la verità.
“Ti prego non lasciarmi”, si sentì implorare come una mendicante di poco valore. Lui la baciò senza rispondere. Lui la baciò per non risponderle, e lei comprese.

 

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