CONDIVISIONE (2)_Rossana Mazza

Mario sorride guardando il piccolo rettangolo ingiallito. Eccoli lì, i quattro della Banda del cerotto!
Sfumatura alta, visi rubicondi che parlano di corse e giochi all’aria aperta, mentre cicatrici e fasciature portate come trofei di guerra spuntano tra i calzoncini e i calzettoni.
È impresso nella sua memoria quel giorno:
“Appuntamento domani sotto la grande quercia nel bosco”, aveva detto Luca, tirando le bretelle colorate e sistemandosi i calzettoni prima di andare a casa.
Come di consueto, avevano estratto dalla grande scatola di latta un ritaglio di giornale.
Il gioco consisteva nel travestirsi e imitare il personaggio o la situazione:
“Indiana Jones! Indiana Jones! Lo faccio io, ho già il cappello!”, sentenziò Luca.
Erano corsi a casa felici, ognuno con la mente già proiettata alla preparazione della nuova avventura.

Mario fu il primo ad arrivare. Preciso e amante della storia, aveva deciso di impersonare il Professor Abner. In mano, oltre a qualche libro, quel che lo aveva impegnato per tutta la notte ovvero: una mappa, disegnata su di un foglio di carta, che aveva bruciacchiato qua e là per dargli un’aria antica. Marzia, frangetta e lunghi capelli ricci che cadevano sulle spalle, era Marion. Un gilet infilato sulla candida camicetta e un paio di stivali rossi di gomma, gli unici che aveva trovato, l’aiutavano a entrare nel personaggio.
Silvio stava raccontando di come era riuscito a rubare la matita per gli occhi della mamma, sghignazzando sotto dei grossi baffi neri e roteando nell’aria una pistola di legno, strumento indispensabile per essere “Il cattivo”.
All’improvviso apparve lui: un cappello, due misure di troppo, gli copriva il viso mentre una corda arrotolata pendeva dalla spalla, nella mano una paletta (la cosa più simile ad una pala, cara ad ogni esploratore che si rispetti).
“Sono Jones, Indiana Jones”, disse prendendo la frase in prestito da 007. E il gioco ebbe inizio. Nel bosco risuonavano grida e risolini, finte sparatorie e conseguenti urla di dolore, poi il silenzio. Ansimando Marzia si era nascosta dietro un cespuglio di pungitopo, Mario e Luca erano saliti su un grosso albero lì vicino:
“Lega la cima a questo ramo”, aveva sussurrato Luca.
“Ma cosa vuoi fare?”, nel frattempo Silvio si era fermato proprio sotto di loro, cercando di capire che direzione avevano preso.
“Ora vedrai!”, prese l’altra estremità della corda e si lanciò nel vuoto. Tutto successe in un attimo.
“Oddio!”
Aveva volato, proprio come il suo eroe, ma dopo qualche metro la corda gli era scivolata dalle mani facendolo cadere a faccia in giù sul sentiero. Mario scese di corsa scorticandosi le gambe, il cuore batteva nella testa. Silvio, illeso per miracolo, era in ginocchio accanto a lui insieme a Marzia.
“Luca! Luca!”
Lui, tossendo e lamentandosi si girò, sul viso nero di terra un sorriso da ebete spiccava: “Avete visto che volo? Mitico!”
La tensione si sciolse in fragorose risate. Passarono alcuni giorni ed anche i graffi e i dolori. Seduti in cerchio sotto la grande quercia, la latta nel centro, la fotografia di una grossa motocicletta faceva bella mostra di sé.
Si guardarono negli occhi poi Silvio disse:
“Che ne dite se fermiamo il gioco fin quando non saremo in grado di guidare motociclette vere?”
Non si sa se la loro scelta fu dettata dalla paura provata giorni prima, o dall’imminente fine dell’estate, ma tutti furono concordi.

Mario prende la fotografia, la scansiona, digita luogo e ora poi preme il tasto condividi: era giunto il momento di riprendere il gioco.

 

 

Reading di “PANDORA, le Storie del Vaso” – Chiostro di San Francesco (Gargnano – BS) – legge Silvia Visini

 

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