LEGGEREZZA (4)_Mara Fracella

Marianna fece scivolare la mano sull’ampia gonna del vestito bianco. L’immagine riflessa dallo specchio la riempì di soddisfazione.
– Sembro una regina, finalmente! – ma subito un’altra immagine si sovrappose alla prima e rivide lei, bambina, seminascosta dalla porta dell’anticamera, assistere muta alla cacciata di casa del padre da parte della madre. Frasi sconnesse accompagnarono il gesto, una fra tutte che non dimenticò mai: “Avrai un bastardo da lei”. Marianna non fece domande sulla scomparsa del padre ma nei suoi giochi inventati spesso ripeteva la scena di un re cacciato da una furibonda regina che urlava di dolore per essere stata tradita con un’ancella e presto un bastardo sarebbe da lei nato. Gli anni passarono, e smise di giocare mentre del padre non volle sapere più nulla. Delusione, rabbia, rifiuto, frustrazione, quante cose da allora avevano condizionato le sue scelte. Una su tutte: l’imitazione. L’ancella era stata vincente, divenuta regina benestante le aveva portato via tutto. Marianna crescendo affilò le armi della civetteria, dell’adulazione, della seduzione come dolce ricatto affettivo, ogni strumento veniva da lei utilizzato per forgiare a piacimento le mature figure maschili che incontrava sul suo cammino rendendole più agile la vita scolastica, sportiva, professionale. Mal vista dalla maggior parte del regno femminile, con spavalderia si disinteressava delle malelingue. Non aveva bisogno di loro e nemmeno di quei rincitrulliti maschi coetanei che ogni tanto le si avvicinavano. Voleva riprendersi quello che la vita le aveva tolto, all’inizio almeno, ma il suo desiderio di rivalsa era insaziabile, la voglia di potere inesauribile.
Lavorava come impiegata in uno studio notarile, molto attenta alle norme di legge che regolavano le successione ereditarie e, soprattutto, i lasciti a titolo particolari con nomina di legatari.
Selezionava le amicizie, facendo leva sulla sua sensualità che le apriva ogni porta e ogni portone.
Prediligeva case nobili e altolocate, ambienti in cui si destreggiava alla grande, dove l’ipocrisia e l’incoerenza proliferavano sovrane, consentendole di attraversare serenamente i loro ponti levatoi.
Nessuno rimaneva colpito dalla sua frequente nomina come legataria nelle successioni aperte degli ultimi anni, in fin dei conti si diceva che si dava un gran da fare.
Fu a una di quelle feste mondane che le presentarono Umberto, di trent’anni più grande di lei. Le piacquero subito l’ironia e la sobrietà delle sue battute. Non aveva successori diretti e quest’aspetto la rendeva rilassata, senza nessun desiderio di affrettare gli eventi, anzi voleva perfezionare le sue capacità di cacciatrice e di finta preda per crescere ancora. L’uomo fu suo in breve tempo, era una brava persona con un debole per le belle e giovani donne. Umberto non era in grado di occuparsi dei numerosi beni immobiliari che possedeva e pertanto delegava la gestione degli stessi ad amministratori vari.
Marianna studiò e imparò tutto quello che le poteva servire per la gestione delle proprietà di Umberto e, con eleganza, sostituì il personale con persone di sua fiducia al quale non faceva mancare la sua guida da super visore.
Il giorno del suo compleanno Umberto le chiese di diventare sua moglie e la dichiarazione non la stupì. I preparativi del matrimonio l’assorbirono notevolmente. L’ingresso lo voleva trionfale.
Era giunto finalmente il giorno… ma si stava facendo tardi, come mai nessuno veniva a chiamarla per portarla in chiesa?
Il telefono prese a squillare:
– Marianna, vieni presto all’Ospedale Civile, Umberto è in prognosi riservata, un attacco di cuore. Marianna svelta non so se…
– No, no, no – urlò Marianna gettando furiosamente il telefono a terra – non ora, no!
Un dolore immenso la fece piegare su se stessa. Rantoli soffocati le uscivano dal corpo.
Un unico pensiero la pervadeva rendendola incapace di qualsiasi azione: non gli aveva fatto firmare la successione particolare con la nomina a legataria.
Che beffa!
Pensava di poterselo permettere, ora.

 

 

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