MALINCONIA (4)_ELDA CORTINOVIS

Non si era svegliata di buon umore, ma questa non era una novità. Sentiva una terribile stanchezza interiore, un’ansia di fondo e una profonda nostalgia del passato. Era divenuta una costante delle ultime ore di sonno, verso il mattino. Più che sonno si poteva definire un dormiveglia in cui passava in rassegna gli attimi più significativi della sua esistenza e, di seguito, tutti i deceduti che avevano fatto parte della sua vita. Alzarsi di malumore era quindi una conseguenza logica dei suoi ricorrenti pensieri. Alice non era particolarmente attraente, neppure particolarmente intelligente, ma era assennata, almeno così le diceva la sua nonna Anita, la prima dell’elenco-deceduti del mattino. La nonna Anita con quel assennata intendeva dire che era una ragazza responsabile e certamente non si sarebbe messa nei guai. Crescere sapendo di essere una brava ragazza non sempre aiuta nella vita. A volte, infatti, costituisce un bel limite nell’affrontare le novità e un blocco per qualsivoglia esperienza. In conclusione Alice era rimasta single e a quarant’anni anni era entrata in una fase di profonda depressione. Cercava in continuazione luoghi e situazioni che in qualche modo confermassero, o peggio alimentassero, il suo stato malinconico cronico. L’ultima trovata erano delle gite solitarie in autunno lungo gli argini del Po, dove la ciclovia correva attorniata da campi di zolle ed erba medica e arbusti con sfumature suggestive. Alice pedalava pigramente avvolta nel suo caldo giubbino e seguiva con gli occhi il fiato bianco che usciva alternandosi dalla bocca e dalle narici. Verso il tardo pomeriggio una leggera nebbia copriva i terreni e il Po sembrava fumasse. Era il momento in cui Alice respirava a pieni polmoni la malinconia dei luoghi, dell’autunno e della solitudine. Spesso si era chiesta perché fosse così profondamente inquieta e l’unica risposta plausibile che si era data, era che fosse una questione ereditaria. Suo padre aveva la stessa malattia, lui però era allergico alle ricorrenze, come il Natale, la Pasqua, i compleanni. In quei giorni l’umore del padre diventava nero come i nuvoloni dei temporali di primavera. Ricordava a Natale i continui battibecchi per cose futili tra i suoi genitori e il suo desiderio che quel giorno terminasse il più presto possibile. A differenza del padre, la sua malinconia non era legata alle date piuttosto più ai luoghi e, in fondo, a lei quella sensazione non dispiaceva neppure troppo perché sapeva che, una volta raggiunto il culmine, qualcosa di inaspettato le avrebbe fatto ritornare il buonumore e la tristezza sarebbe svanita come per incanto. Un incontro, una frase, un pensiero, un colore… non lo poteva prevedere e questo era l’aspetto che più le piaceva. Quel pomeriggio, in sella alla sua bicicletta, si era diretta verso Stellata, anche quel giorno si sentiva a terra e pedalava annebbiata dai suoi nefasti pensieri. Raggiunta la roccaforte lasciò la bici ai margini della strada e scese l’argine fino a raggiungere il fiume. Le piaceva quel luogo perché era un po’ magico; la costruzione così perfetta a forma di stella era la protagonista di quella piccola ansa del Po e la vista dall’argine, leggermente in discesa, le toglieva un poco della maestosità che doveva avere avuto un tempo, quando era collocata nel posto giusto e serviva come torre di controllo. Una volta al fiume, sedette su un tronco a guardare l’acqua scorrere respirando l’umido dell’erba bagnata. Pensava all’insolita forma del fortino e le venne in mente quando da bambina sua madre le diceva: “Alice, tu sarai sempre la mia stella”. Quel pensiero arrivò come una freccia di incredibile gioia al cuore. Era l’attimo che stava attendendo; sorrise dolcemente e assaporò l’emozione. Tornò alla bicicletta e iniziò a pedalare con più energia. Poco importava se il giorno dopo si sarebbe svegliata ancora una volta con la stessa malinconia, sapeva che, prima o poi, qualcosa di inatteso l’avrebbe cancellata, regalandole un prezioso palpito di felicità.

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