MALINCONIA (6)_LAURA GIARDINA

Mio nonno era fotografo e la mia vita è stata costellata di scatti fotografici; quand’ero piccola, mio nonno le foto me le faceva nel suo studio, con la Sanderson sul treppiede. Usava il lampeggiatore fotografico sul quale era posta la polvere di magnesio cui veniva dato fuoco per generare il lampo luminoso. Odiavo tutto questo perché ne avevo paura, il lampo di luce e il botto secco erano per me motivo di tormento, ma nessuno nella mia grande famiglia, sembrava comprendere perché faceva parte del loro quotidiano. Questo per dire che non amo le fotografie, specialmente quelle che riportano a ricordi personali, a quei ricordi che ti legano dolorosamente alla mancanza. Enrico, mio fratello maggiore invece, con il suo occhio vorace, possiede una stanza apposita dove ha riposto rullini, stampe, e bobine video, di una vita passata a farsi riprendere e a riprendere la vita degli altri. Ha un archivio perfettamente organizzato, come se questo ammasso di ricordi fosse il solo a dare senso alla sua vita presente, per potersi proiettare nel futuro. “Ho caricato su YouTube un filmino di mamma e papà in vacanza con gli zii a Vulcano, è del 1988. Ti mando una mail con il codice così lo puoi vedere”. Parto per la Sicilia quella notte stessa, per andare a chiudere casa e prepararla per l’inverno. Le case sulle isole sono assoggettate ai venti e alla salsedine e bisogna preservarle, è una cura che mi sono fatta carico di perseguire, proprio come faceva mia madre, con la stessa ritualità: la biancheria pulita nei sacchetti bucati con l’ago, per far passare l’aria, le pentole e le posate anche quelle nei sacchetti, i tubi di scarico dei lavelli sigillati per gli insetti. Apro lo stipo per riporre un pacco di lenzuola, dentro è tutto in ordine, i sacchetti ben stesi e impilati, ma qualcosa impiccia e attrae il mio occhio, un fazzoletto è fuori posto, da solo, in libertà. Lo riconosco è quello che usava mia madre per ripararsi i capelli dal vento, lo prendo e, istintivamente, lo porto al naso, lo odoro. Chiudo gli occhi, sa di muschio bianco, il suo profumo. Ping… non è possibile dopo tutto questo tempo pong… ma è il suo odore ping… me lo sto immaginando, perché ne ho bisogno… pong… è lei. Mi arrendo e rimango in bilico tra il cuore e la mente. Esco, vado all’emporio per le ultime cose. Fuori stagione, senza i turisti intorno, ci si riprende il tempo scandito e rallentato, ci si individua più facilmente per scambiare due parole. Compro il pane al forno, per accompagnare quanto è rimasto in frigorifero, l’ultimo pasto prima che arrivi l’aliscafo: pane, pomodori veri, ricotta fresca, olive cunzate, olio e origano. Mentre mangio, distrattamente do un’occhiata alle mail, schiaccio il link del video inviatomi da Enrico. Mio padre e mia madre sono ripresi esattamente dalla mia angolazione, seduti allo stesso tavolo, abbronzati e felici, mio padre guarda l’obiettivo, mi sta guardando, sto pranzando con loro.

 

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