MALINCONIA (7)_BARBARA FAVARO

Accese il portatile, senza ispirazione. La giornata era stata piena di cose, il ritorno in paese le aveva procurato un’overdose di spleen che ancora non passava. Quella casa, anche se diversa da com’era un tempo, la copriva e la rassicurava. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non andare alla festa del patrono quella sera, ma non poteva tirarsi indietro.
Nella sua passeggiata pomeridiana tutti quelli che aveva incontrato, e ne aveva incrociati parecchi di compaesani, le avevano palesato la loro contentezza per averla lì, l’unica occasione di trovare l’intero paese riunito davanti alla costata e al vino di prassi, anche chi se n’era andato da tempo. Guarda caso, pure lei. E quella Lei, di ventiquattro anni prima, le mancava a gocce. Un po’ per volta le gocce riempivano il vaso e lei ritornava alle origini, per svuotarlo. Eppure tutto quello che aveva lasciato nei suoi luoghi ormai era svanito. Entrare nel cortile della scuola e non trovarci più la pineta, le aveva provocato una rabbia che sarebbe andata dal sindaco a spaccargli la faccia. Era suo parente, per di più. Stessa rabbia per l’entrata libera alla pista di pattinaggio, ora coperta e inaccessibile. Doveva scrivergli una lettera infuocata, la Lei diciottenne lo avrebbe fatto. Quella ragazza aveva più senso della giustizia, si preoccupava meno delle conseguenze, credeva fermamente nella libertà d’espressione e nell’uso pertinente delle imprecazioni.
Spense il portatile, depressa:
“Glielo dico stasera a cena, tra la costata e il terzo bicchiere di vino”.
Il citofono gracchiò, era sicura di aver nascosto bene l’auto in garage, chi avrebbe potuto sapere che si trovava lì? A parte le trenta persone che l’avevano vista in giro e i vicini di casa che dalla finestra l’avevano spiata mentre parcheggiava? Non poteva far finta di nulla. Si alzò e prese il ricevitore: “Sì?”.
“Ciao! Da quanto sei arrivata?”, la voce famigliare la colpì.
“Ciao Vale! Da neppure un’ora… sali!”
La sua amica del cuore! Avrebbe voluto farle una sorpresa… sì, una sorpresa in quel covo di pettegoli.
Si abbracciarono forte e parlarono per due ore, di tutto, per lo meno di tutto quello che succedeva in quel micro-mondo: morti, matrimoni, divorzi, nascite. In quest’ordine.
“Mi sembra che tu non te ne sia mai andata, ma… “, Valeria la guardava strana.
“Ma?”, si aspettava una di quelle critiche al vetriolo che spesso le aveva riservato, in amicizia s’intende, quando erano due adolescenti impertinenti e senza peli sulla lingua.
“Ma ce l’avevi scritto dentro che non appartenevi a questo posto. Tu dovevi volare via, eri quella con più coraggio di tutti”.
Deglutì, non era una critica. Era una constatazione. Come si reagisce alle constatazioni?
“Mi mancano quegli anni, Vale, mi sembra che io mi sia persa il meglio della vita e mentre lo vivevo non me ne accorgevo neppure”, l’aveva detto finalmente.
Valeria la guardò e si mise a ridere. No, non la stava prendendo in giro, ma rideva.
“Quante cose hai fatto da quando sei partita?”, la domanda inaspettata le asciugò la risposta.
“Io, che sono rimasta qui, mi sono sposata, ho fatto due figli… stop”, Valeria la guardò, seria.
La sua Vale! Ottima moglie e madre spettacolare.
“Vale, io non ho saputo neppure tenermi uno dei miei fidanzati e di figli neanche a parlarne”, lo disse per farle capire qualcosa, ma non sapeva che cosa. A lei non dispiaceva affatto la sua condizione di zitella, dopotutto aveva fatto altro, molto altro in realtà.
“Appunto. Fossi rimasta qui saresti finita come me. Scema!”.
Amiche e così diverse. Massì, ‘fanculo alla malinconia.

 

 

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