SAPERE (1) _ MARA FRACELLA

Era il 1965 quando pedalai verso il paese della mammana. Dicevano che era brava, ma non lo praticava a tutte, voleva prima parlarti insieme, poi decideva. A ognuna una cifra diversa.
La fortuna non era dalla mia: fui superata sulla strada da una Giulietta a sirene spiegate. La Pola!
Presi paura e tornai a casa. Seppi, poi, che l’avevano arrestata per gli aborti clandestini. Non ci voleva proprio. Non feci più nulla. Nascosi sotto le gonne ampie, la mia gravidanza e continuai la vita di sempre.
Mia madre morì partorendomi sedici anni prima e mio padre non mi prestava attenzione occupato a lavorare. La domenica si faceva il cicchetto del fine settimana. Ogni tanto portava a casa una donna diversa. Giusto per fare le pulizie di grosso. Dopo qualche mese questa se ne andava ed io tornavo “padrona”.
Quel giorno arrivò troppo in fretta. Me la portarono, ma non la volli vedere. Insistettero e le lanciai un’occhiata veloce. Una scimmia aveva sicuramente meno peli di lei. Che brutta!
Mi chiesero del padre, risposi sconosciuto.
Mi guardarono allibiti: l’infermiera, il medico e mio padre, il più sconvolto.
Il rientro a casa fu penoso. Nessuno parlava e lei dormiva. Avevo il latte purtroppo per cui me la trovavo incollata in diversi momenti della giornata. Appena mi fu possibile la svezzai.
Una liberazione.
C’era sempre qualche vicina o amica di papà che voleva giocare a “bambole”. Lasciavo fare con immensa gratitudine non rivelata e andavo a lavorare. I soldi non bastavano prima, figuriamoci ora; la nascita di Bianca era servita a rendermi più scaltra. Se volevano che aiutassi in fabbrica, nelle cucine o i mestieri dovevano pagarmi bene. In giro sapevano che ero veloce, non chiacchieravo, non rubavo, iniziavo, finivo e me ne andavo.
Non a casa però, ma in città da Gustavo, almeno due, tre volte la settimana.
Nessuno sapeva di noi e nemmeno lui sapeva di lei. Pedalare nel caos mi faceva stare bene, sconosciuta in mezzo alla gente, libera di farmi gli affari miei.
Gustavo era un meccanico, splendeva anche quando era sporco. Conosciuto per caso, per colpa della catena della bicicletta che mi aveva appiedata. Per me era un gioco divertente, fatto di bugie e di assenze. Durò poco, come gli altri del resto.
Bianca cresceva. Era allegra, vivace, e colla. Più la allontanavo più si appiccicava.
In quinta elementare la maestra volle parlarmi di un suo tema. Andai al colloquio mal volentieri. Bianca si era confusa con uno dei comandamenti, il nono mi sembra: non desiderare la donna d’altri. Beh quell’oca aveva scritto di una bambina che non voleva fare la comunione perché quotidiana peccatrice: “Desiderava le madri degli altri”. Intuii, dove voleva andare a parare quella donna, ma non lo permisi. Non c’era nulla che non andasse bene fra me e Bianca e glielo dissi sventolandole sotto il naso, il mio indice. Le aveva dato un voto basso, per quel tema.
Che mostro! Le dissi che ero felice perché dall’anno successivo non ci saremmo più viste. Una volta a casa mi percepivo ostile verso Bianca. Mi dava più fastidio del solito. La pagella di quinta fu una delusione, dopo una sfilza di dieci vidi quella cosa orribile a una sola cifra: un nove in italiano… ma come? Una volta a casa rimproverai aspramente Bianca per lo scarso risultato. Ebbe il coraggio di difendere il suo voto. Esplosi. Le urlai di guardare cosa ne facevo della sua pagella, ma mentre la strappavo con gusto, lei uscì dalla stanza e questo mi fece rimanere davvero male.
Bianca cambiò, diventò donna in fretta e troppo in fretta mi fece diventare nonna.
Non mi accorsi di nulla, le cose fra noi si erano ridotte ai minimi termini. Estraneità aggiunta all’indifferenza. Mi chiamarono dall’ospedale, dove Bianca era stata ricoverata d’urgenza.
Vidi prima lui, Nicola. Non era male, forse aveva preso dal padre, che carino… mi sorrideva.
Poi andai da lei. Mi comunicò che non sarebbe più tornata a casa, andava ad abitare con uno che amava, il padre… forse, non so, non m’importava. Uscii non avevo nulla da dire.
Mi fermai di nuovo davanti a Nicola, proprio carino. Ora sì che ero soddisfatta di me, far nascere Bianca non era stato dunque inutile.

 

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2 pensieri su “SAPERE (1) _ MARA FRACELLA

  1. Non sono riuscita a commentare subito… Ho dovuto far passare del tempo. Forte come un pugno nello stomaco vero come la vita di tutti i giorni.
    Bravissima.

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