SAPERE (2) _ ROSSANA MAZZA

Dalla scuola elementare Salvatore Quasimodo a S. Rocchino la strada è breve; Marco la percorre ridendo e scherzando con i suoi compagni, felici di essere nuovamente liberi.
Sulla porta la nonna lo accoglie sorridendo, la merenda già pronta sul tavolo:
“Cosa mi racconti oggi? Rac… conta… mi ancora di Pippo!”, dice Marco, cercando di conciliare la voce con il grosso boccone che gli riempie la bocca.
“Vieni, qui vicino a me.”
La nonna, seduta sulla sua vecchia poltrona di velluto, l’aria greve tipica della saggezza, pronta a tramandare la storia.
“Devi sapere che tanti anni fa, quando io ero appena una bambina, vivevo in una cascina poco distante dalla vostra scuola. Al posto delle case che ci sono ora, c’erano prati e vigne, e una fabbrica di mattoni, che era stata trasformata per la produzione dei cingoli per i carri armati.”
“Carri armati?!”.
“Sì, perché in quel periodo c’era la guerra.”
“La guer…”, il lungo dito davanti alla bocca lo zittì. Le braccia grandi della nonna lo caricarono sulle ginocchia, per poi stringersi in un abbraccio. Sfiorò le tempie del nipote con un bacio e continuò:
“Quella sera, come tutte le sere, io e i miei fratelli corremmo a spegnere le luci, tutte. Proprio tutte. Un misto di ansia ed eccitazione regnava tra noi bambini. Ci avvicinammo alla finestra, la testa semi nascosta dalla tenda, scrutavamo il cielo che in direzione della stazione si illuminava a intermittenza con i bagliori delle esplosioni. Quando a un tratto, un rumore assordante coprì i nostri pensieri… “
“È Pippo!”
“Sì, questo era il nome che tutti avevano dato all’aeroplano, che tutte le sere a volo radente sorvolava la città. Sarebbe bastato che s’accorgesse di una flebile luce e avrebbe sganciato “la pillola”, dicevano i grandi. Immobili, con il fiato sospeso, aspettavamo che passasse. Tutti pensavamo la stessa cosa, ma nessuno osava dirla a voce alta:
“È vicinissimo alla nostra casa…”.
Attimi interminabili.
“È andato”, sussurrò qualcuno.
Boom!
I vetri tremarono sui nostri visi e ci trovammo schiantati a terra. Per un attimo ci fu il panico, poi piano piano ci alzammo, la casa sembrava intatta, ci contammo:
“Uno, due, tre… Tutti presenti.”

Una lunga pausa seguì il filo dei ricordi.

“In seguito ci dissero che Pippo aveva bombardato la Polveriera a Mompiano, un deposito d’armi, di importanza strategica. Pezzi di tutto arrivarono fino a noi. Tanti furono i morti.”
“Ma allora Pippo era cattivo?”, chiese Marco.
“La guerra è cattiva”, rispose la nonna con voce sommessa.

Il giorno seguente Marco uscendo da scuola allargò le braccia simulando il volo di un aeroplano. Un suo compagno imitandolo gli chiese:
“Cosa stiamo facendo?”
Marco si fermò e cominciò a raccontare:
“Devi sapere che tanti anni fa proprio qui…”

 

 

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