SAPERE (4)_ LUCA BONINI

Ieri sera, durante il terzo giro di controllo, lo scivolare delle ruote del carrello sul linoleum mi ha svegliata.
Ero lì, in mezzo ad un prato e correvo veloce. Sentivo l’erba sotto i piedi nudi, morbida, fredda, che mi muoveva una sensazione viva, di eccitata confusione, di pelle, di respiro veloce. Come quando, da ragazzi, Alessandro si sedeva vicino a me sul divano, facendo finta di niente, si levava gli occhiali e mi prendeva la mano. Poi mi baciava goffo ed io mi sentivo per la prima volta grande. Anche se non volevo. quel suo odore di sigaretta mi restava in bocca per tutto il pomeriggio.
Era bello Alessandro, pareva un divo del cinema muto. Alessandro non parlava mai. Io invece allora parlavo di continuo, il silenzio mi faceva sentire sola.
Ieri sera, durante il terzo giro di controllo, al ventiduesimo minuto di Napoli-Sampdoria, lo stadio è esploso in un boato assordante e io mi sono ricordata d’essere una stronza. Ho trattato sempre male tutti, anche gli uomini di cui sono stata follemente innamorata. Anzi, forse loro ancor di più perché l’amore, l’essere stretta forte, da un abbraccio, ma a volte anche solo dalle parole, mi ha sempre fatto un male fottuto.
Ieri sera stavo sognando un sogno lunghissimo. A tratti dormo, a tratti sogno ad occhi aperti, ma i miei sogni non si interrompono mai, sopravvivono al risveglio, durano giorni e quando ritorno al presente sono stanchissima.
I miei sogni sono reali. La mia realtà è spesso un sogno.
I miei sogni sono sintomi. I miei sintomi fanno sogni.
I miei sogni fanno la gioia del mio dottore. Sono l’unica cosa di me che gli piace. I miei sogni li scrive, proteggendoli dentro al suo taccuino. Preziosi. Quello che dico, invece, non lo scrive. Lo lascia fuggire via.
A volte dice parole leggere e fragili attorno ai miei sogni, altre volte dice parole che mi cadono in testa come pietre e poi la testa mi fa male per ore.
Quando ho mal di testa non sogno.
Ieri sera, vi stavo raccontando, sognavo. Ero in questo prato verde verde. Ero arrivata lì due giorni prima ed avevamo montato una tenda gialla, di quelle che chiamano canadesi. Ero lì con Alessandro e c’erano i nostri figli. Paolo e la Chicca. Chicca aveva il sorriso che ha sempre quando viene a trovarmi. Un sorriso storto. Paolo invece era più piccolo, come se non fosse mai cresciuto, era magro magro ed aveva un sorriso morto.
C’è una palla nel sogno. Di stoffa gialla. Lo stesso colore della tenda che chiamano canadese. Io lancio la palla a mio marito. Lui la prende ogni volta senza sbagliare. Poi la lancia alla Chicca, che a volte la prende ed a volte no. Alessandro, che come marito era un disastro, ma è sempre stato un bravo papà, se la palla cade la raccoglie e la lancia a Paolo. Lui l’afferra sicuro, facendo a tratti ampi gesti con le mani, come in posa. Poi Paolo mi guarda, sa che deve passarmela, ma non lo fa. Mi guarda fisso. Pallido. Inespressivo. Ad ogni giro lascia cadere la palla che si frantuma a terra in mille pezzi di cristallo e le schegge ci feriscono i volti. Lui mi guarda come fosse colpa mia. Poi il gioco ricomincia e la palla torna ad essere di stoffa…
Ieri sera, al terzo giro di controllo, l’infermiere in turno, spingendo il carrello delle medicine del sonno, si è soffiato forte il naso; ieri sera, durante il terzo giro di controllo, le lancette dell’orologio dell’ingresso facevano un gran rumore rimbombandomi tra le ossa del cranio. Ieri sera, durante il terzo giro di controllo, il rumore delle ruote del carrello sul linoleum azzurro mi ha svegliata e lì, aprendo gli occhi, mi sono ricordata che son qui perché ho ucciso mio figlio.

 

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