SAPERE (6) _ LAURA GIARDINA

“24 aprile – Snæfellsjökull, latitudine 64.8082929, Longitudine -23.775950999999964. Ore 06.21: abbigliamento adeguato, zaino leggero”.

Per qualche secondo rimasi a fissare il messaggio, la mente aveva già cominciato a selezionare i dati utili da quelli apparentemente inutili. Avevo ventiquattr’ore per organizzare la partenza ed essere lì. Non potevo mancare, questa era l’unica possibilità per incontrarlo.
I miei compagni si erano trovati con lui due mesi prima a Mauna Kea, la montagna bianca. Piegai la gamba destra due o tre volte, non mi faceva più così male, la riabilitazione era stata tosta, ma alla fine aveva recuperato bene. Pensai subito a Sigrun Lara un mio contatto facebook, lei abita a Reykjavik, poteva essere utile per avere qualche dritta su come muovermi. Passo due ore febbrili fra contatti e prenotazioni. Prima di affrontare la questione bagagli e cose da infilarci, faccio una pausa per una tisana. Sospiro e mi guardo intorno, per quanto sia piccola la mia casa, mi ci trovo bene, fa parte anch’essa della mia zona comfort, la mia zona sicura, dove rifugiarmi. Per questo mi dico che è venuta l’ora di muovermi, di partire.

Sono in aeroporto: cerco fra la gente in attesa, ecco Sigrun che si sbraccia, accidenti com’è alta, mi abbraccia, ma solo con le braccia, Avevo letto da qualche parte che nel saluto, il linguaggio del corpo può dire se una persona vive in una zona rurale o in una zona urbana più popolata. E lei non fa eccezione. Usciamo, è tutto bianco, sento il freddo attraversarmi le narici fino alla bocca dello stomaco, mi ci devo abituare. Ci salutiamo con la promessa di incontrarci al mio ritorno. Isold, il mio passaggio ad ovest, ha la faccia tonda, sorridente, con occhi piccoli azzurri; per 200 chilometri mi racconta tante cose sul suo paese, non gli presto troppa attenzione, so che vuole solo essere gentile e accogliente, ma l’incognita dell’esperienza che mi aspetta, mi fa vagare la mente perdendosi in mille possibilità, illudendomi di avere il controllo della situazione. Da lontano già si vede il ghiacciaio stagliarsi imponente.

Sono arrivata: guardo il mio cellulare non c’è campo, sono in anticipo e sola, verifico più volte la mia posizione con la bussola per essere sicura di essere nel posto giusto. Mi siedo sullo zaino, il vento mi frusta il viso. Lo vedo arrivare, mi fa cenno di seguirlo, cominciamo a salire, sarà un percorso duro non sono ancora abituata a spingere così forte sulle mie gambe. Nulla in palestra ti può preparare a una prova estrema come questa, si deve raccogliere la forza e la volontà per obbligarsi al passo successivo.
Passo… attesa… passo… attesa… così procediamo in diagonale.
Il mio cervello è così pieno, intorpidito, il mio corpo così stanco. Guardo in alto la parete, siamo ancora lontani dalla vetta.
Il mio compagno si volta, mi guarda e si fa da parte, slaccia la sua cima e m’imbraga come capo cordata. Prendo un paio di respiri: ora io dipendo da me, lui dipende da me.
Mi avvicino a un crepaccio, mi fermo, cerco alternative al passaggio, ma non le vedo. Ho intenzione di provare comunque, trovo infine una cornice per poterlo oltrepassare, riuscendo ad andare oltre.
Sono euforica, inizio a credere, e lo sento dentro di me, che ce la posso fare.

 

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