SAPERE (7) _ BARBARA FAVARO

“È pronto?”
Lisa lo guardò rispondendo con un laconico: “Tra poco”.
Lui notò l’insofferenza e anche le scarpe. Nuove. Rosse. Tacco 12.
“Stai uscendo?”, chiese leggero mentre l’aiutava ad apparecchiare per due.
“Sono appena rientrata”, e lo lasciò finire per dirigersi in camera.
Davide non finì, in silenzio seguì i suoi passi respirando lo Chanel n°5 che sulla sua pelle rimaneva per ore, tenue, riconoscibile.
Lisa si slacciò la camicetta di raso e se la sfilò lasciandola cadere ai piedi del letto. Reggiseno nero e rosso, pizzo trasparente. Lui si appoggiò allo stipite senza scollarle gli occhi di dosso. Conosceva nei dettagli quella carne eppure ancora sentiva i brividi come fosse una donna da conquistare.
“Sembri uno scemo, lì impalato”.
La voce roca di sua moglie suonava dolce anche nel rimprovero. Si domandò se lei ne fosse consapevole:
“Lo so“, disse senza aggiungere tutto quello che sapeva. Sapeva, per esempio, che lo pensava davvero scemo e che probabilmente lo aveva sempre creduto la metà di nulla, nettamente inferiore alla maggior parte degli uomini in circolazione. Ciononostante lo riteneva un buon rifugio, senza troppe pretese, senza colpi di testa, senza troppo da dire, senza nulla di intelligente da pensare.
La gonna scivolò a terra, le autoreggenti nere si stavano smagliando.
“Dai un’occhiata al forno, tra due minuti è pronto”, smontò dai 12 rossi, si liberò del tanga e del reggiseno. Si chinò davanti a lui, dandogli le spalle, per sfilarsi le calze. C’era qualcosa che rendeva evidente la distanza, forse il respiro regolare. No, non era una provocazione. Davide la lasciò fare. Ne apprezzò la lentezza, gli permetteva di bloccare il flusso sanguigno per scongiurare un’erezione. Quando si rialzò i ricci morbidi le scesero sulle spalle. Avrebbe voluto metterglieli a posto uno a uno, delicatamente, per liberarle il collo e affondarci il viso.
“Così sexy al lavoro?”, buttò lì non a caso, ma senza accusa, mentre lei varcava la soglia del bagno. Pensò non l’avesse sentito, la vide sbucare da dietro la porta e raccogliersi i capelli in una crocchia dopo aver azionato la doccia.
“Sì”, e si avvicinò parandoglisi davanti, nuda e bellissima, “scemo”.
Sorrideva, non c’era tenerezza e neppure gioco. Un’affermazione che non aspetta replica. La guardò negli occhi ignorando il resto. Non vide nulla. Nessuna traccia del passato, nessun futuro condiviso. Il timer del forno strillò, Lisa alzò un sopracciglio stirando le labbra:
“Vai”, comandò roca.
Davide non si mosse, restò a guardarla finché non sparì nel vapore che ormai riempiva il bagno, la doccia avrebbe lavato i segni dell’uomo che l’aveva amata quel pomeriggio.
Si chiese se anche lui sentisse gli stessi brividi per quella carne che sapeva farlo tremare. La risposta ovvia gli procurò una fitta che lo obbligò a trattenere il respiro per alcuni secondi. Andò in cucina, tolse la teglia con la pasta al forno dalla griglia e la mise in tavola. Scelse un vino rosso, corposo, e due calici adatti. Accese una candela e la posò in centro, Lisa amava le candele e il vino rosso. La sentì uscire dal bagno e aspettò che comparisse in accappatoio, come era solita fare, prima di riempire i piatti e sedersi.
Lei annusò il calice rubino annuendo assorta. Gli passò svogliatamente una mano sulle spalle, il suo modo di dire grazie. Davide sorrise.
Avrebbe aspettato anche mesi o anni, avrebbe aspettato finché fosse stato necessario. Fino a quando il dolore non fosse scomparso, lasciandolo freddo. Morto.
E poi.

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