CONQUISTA (5) _ Luca Bonini

Mi chiamo Conquista. È un nome impegnativo, ma mi ci sono abituata. È facile quando a un nome ci nasci dentro, ho imparato ad abitarlo. Chi mi conosce da poco mi chiede quanto sia difficile portare un nome così, è un nome di responsabilità, mi dicono. Eroico, che obbliga all’azione.
Come mi piace, invece, la tranquillità, le mie zucche. Le zucche sono una meraviglia. Sono grandi, rotonde, ferme, d’arancio intenso e rappresentano il tutto. Io al contrario sono una donna che vive delle piccole cose, vivo nei movimenti impercettibili tra le persone, non sono l’idea che spiega l’intero, sono il particolare a cui vuoi bene. E tutti mi vogliono bene. Tutti. Io voglio bene alle zucche. Mi affeziono più agli oggetti e ai luoghi che alle persone, e quando la nostalgia mi raggiunge di solito guardo una cartolina. I luoghi sono la terra, le zucche sono la terra. Chi sono io non lo so. Oggi sono quella che vincerà il concorso della zucca più grande della Val di Cembra.

Conquista guarda Carlotta, la zucca che porterà al concorso. Ha un solco che la percorre dall’alto verso il basso, disegnandole una forma di naso, storto ma simpatico, ed un bozzo, poco sopra, che pare un occhio.
“Vinceremo” le dice accarezzandola, “sei bellissima, sei la mia figlia preferita, lo so che non si può dire di preferire un figlio a un altro, ma tu, Carlotta, sei la mia preferita. Sono sicura, vinceremo…”
“Col cazzo!”
No. le zucche non parlano. Pensa Conquista alzando la testa e guardandosi attorno.
“E tu dov’eri? Non ti ho sentito arrivare.”
“Son due ore che ascolto i tuoi sproloqui, filosofa! Dovresti imparare a pensare silenziosamente.”
“Invece penso e parlo insieme, che te ne frega?”
“Me ne frega e comunque non è vero che tutti ti vogliono bene.”
“Nessuno mi ha mai detto il contrario.”
“Per forza non parli con nessuno, a parte me, sembri il nonno di Heidi senza capre.”
“Bravo! O le capre o le zucche! le capre mangiano le zucche.”
“Sì, ma almeno ci fossero due capre con te durante il giorno parleresti a loro. Almeno le capre han due occhi e si muovono.”
“Non è vero che non parlo con nessuno. Martedì sono stata a Soriano a prendere la farina.”
“Oggi è venerdì.”
“Adesso smettila di farmi perdere tempo che devo caricare la zucca sul furgone. Ho fretta.”
“E come fai da sola a caricare una zucca così grande? Sei la solita scema.”
“Con l’argano. Come gli antichi Egizi.”
“Dai che ti aiuto io, spostati.”
“No, faccio da sola, leva quella mano.”
“Tu non sai usare le mani, sei quella che ha studiato. Non ho mai capito perché dopo l’università tu sia tornata qui…”
“Per mio padre”
“Non spingermi cretina.”
“Ma sei già ubriaco?”
“Io almeno posso bere quando mi pare.”
“Anche io.”
“No, a te fa male alle gambe.”
“Ma che dici, mica mi si gonfiano.”
“No! Ti si aprono.”
“Ignorante.”
“Dai che ti do una mano, spostati.”
“Piano però, lo sai che ci tengo tanto a vincere e quest’anno forse ce la posso fare. L’unico che mi preoccupa è il Bonaspetti.”
“La sua zucca dell’anno scorso era enorme.”
“Lo so, è bravo lui.”
“La corda non lasciarla cadere per terra che si sporca.”
“Scusa. L’anno scorso ero sicura!”
“E invece ha vinto il Bonaspetti. È lui l’uomo da battere. Ho visto le zucche degli altri e sono piccole
“Vorrei vincere, chissà come sarebbe felice mio padre.”
“Avrebbe le lacrime agli occhi. E invece anche quest’anno… ”
“Sei uno stronzo.”
“Però ti voglio bene.“
“Come tutti… perché mi guardi così serio?”
“Ho visto la zucca del Bonaspetti!”
“Non ci credo.”
“Sì, l’ho vista, ieri sera la stava trasportando, sai che ha un trattore come il tuo. Pensavo fossi tu.”
“E com’è? Dimmelo pirla!”
“Vuoi saperlo?”
“Sì, dimmelo.”
“Ma sei sicura?”
“Certo che voglio saperlo! Lega qua forte questa corda che sei l’uomo.”
“Non so. Non mi sembra corretto nei confronti del Bonaspetti.”
“Sei uno stronzo.”
“Guarda che non te lo dico.”
“Stronzo. Hai controllato la cima della corda di là? Chiudi il cassone.”
Conquista gli prende la mano. Screpolata. Ruvida per il lavoro con la terra. Una mano secca, quasi inaridita, come avesse donato tutta la propria vita al campo, all’orto, ai frutti di cui da sempre si prendeva cura. Una mano calda, sicura, forte. Una mano d’uomo, di maschio che si faceva madre nella generatività, nella creazione.
Lui ha gli occhi lucidi:
“Bé… È più piccola della tua. Quest’anno vinci.”
Conquista ride forte, sempre più forte, ridono insieme, lei guarda verso l’alto, con la mano di Giovanni appoggiata al cuore.
“Ho la tua mano sul cuore devo essermi ammattita.”
“Non è sul cuore, è sulle zucche, cretina.”

 

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