CONQUISTA (7) _ Barbara Favaro

L’aveva occupata come fosse stata un appartamento, un’occupazione abusiva. Si era introdotto nella sua notte, spaccando il vetro della finestra sul retro. Senza chiedere permesso e senza curarsi degli effetti collaterali. Tanto non erano i suoi.
Certo, lei glielo aveva lasciato fare. Era sovrappensiero. Di nuovo.
Kate lo stava fissando da dieci minuti, Colin era impegnato a sistemare la porticina della gabbia di Mickey, il criceto dai muscoli portentosi. Riusciva a crearsi un varco tra le sbarre afferrandole con le manine. Sì, piccole manine affannate. Kate se lo teneva stretto con la voglia di stritolarlo un po’, aveva di nuovo rosicchiato i fili delle casse e non c’era verso di farlo desistere. Mickey squittì infastidito.
“Lascialo andare, tanto non scappa”, disse Colin buttandole un’occhiata quasi casuale, era sicuro che la sua donna odiasse il suo criceto.
“Se si attacca di nuovo alle mie casse lo schiaccio senza pietà”, ribatté secca, spostando prontamente il pollice prima che Mickey glielo timbrasse con i lunghi incisivi.
Era evidente che i due non si piacevano.
Ogni tanto Colin sospettava che neppure lui piacesse alla sua donna. Kate era di poche parole, il che non era male, le parole delle donne spesso stordiscono. Kate era una brava cuoca, ben disposta a farlo, era il suo pregio. Fosse stata come sua madre non si sarebbe convinto a trasferirsi lì.
Kate continuava a fissarlo. Stava cercando di capire come aveva fatto. Da giorni sistemava il ricordo di quell’incontro e per quanto ci provasse c’erano dei vuoti inconcepibili. S’era svegliata al mattino e se l’era trovato lì nel suo letto. Punto.
E da quel punto in avanti era sempre rimasto lì. Dopo due giorni di sesso no-stop lo aveva costretto a farsi una doccia, obbligo di routine altrimenti Colin non ci avrebbe mai pensato. E poi lo aveva costretto ad andare a prendersi dei vestiti e della biancheria a casa. Preferiva fosse pulito se proprio aveva deciso di restare lì con lei.
Erano trascorsi tre anni. E c’erano Mickey e i calzini sporchi sparsi per casa. C’erano i suoi dischi su cui lui ci appoggiava la bottiglia di birra appena lei voltava le spalle. C’era il suo letto, mai rifatto per bene, con lui sopra o dentro, mai più solo suo. C’era quel sentirsi depredata, invasa, calpestata.
Colin alzò lo sguardo trionfante: “Fatto!”.
Kate si precipitò a consegnargli il topo peloso. Lei avrebbe voluto un gatto. Un norvegese, un norvegese col senso spiccato del territorio. Un maschio con artigli affilati, il gusto per la caccia. Mickey vedendo avvicinarsi la gabbia cercò di divincolarsi. Kate lo lanciò verso Colin che lo prese al volo, senza riuscire a schivare un morso. Questo lo fece ridere, adorava quello scriccioletto ribelle. Mickey ritornò dietro le sbarre. Vi si attaccò con le manine e fece forza per aprirle di nuovo, sotto i loro occhi. Il fil di ferro attorcigliato era fissato bene, ci sarebbero volute alcune notti di denti affilati per averne la meglio. Mickey aveva pazienza ed era un criceto costante. Per scaricare il nervoso saltò sulla ruota e pedalò a più non posso. Colin rise. Kate li guardava nauseata.
Colin ne fu colpito, quel modo di Kate lo attizzava sempre, e attirandola a sé sussurrò:
“Scommetto che è stato per questo che ti ho conquistata”.
Kate spalancò gli occhi. Conquistata?
“Cosa significa?”, chiese gelida.
“Ci so fare con gli animali”, Colin le strizzò l’occhio.
Kate si divincolò, ma lui era deciso a non lasciarla. Le mise il braccio attorno alle spalle e la strinse. Kate non fece resistenza, diede un’occhiata veloce a Mickey, e addentò più forte che poteva il braccio del conquistatore. Colin lanciò un urlo e mollò la presa.
Mickey squittì.

 

 

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