CONQUISTA (8) _ Giovanni Zambiasi

Le capsule di stasi si erano aperte contemporaneamente. Il sonno durato 25 anni luce era finito e le lampade solari di simulazione rendevano questo momento sempre uguale e incredibilmente simile ai risvegli di quando ero bambino.
L’equipaggio della nave stellare, me compreso, aveva solo 50 minuti per attivare il protocollo di avvicinamento alla stazione spaziale b–222 e dovevamo fare in fretta, sapevamo di essere stati già miracolati poiché la nostra nave prima del salto a velocità Parsec era seriamente danneggiata e prima di entrare nelle capsule ognuno di noi non sapeva se si sarebbe risvegliato e se avrebbe rivisto gli altri al risveglio.
B–222, in orbita attorno ad Encelado, satellite di Saturno, non era altro che un vecchio cantiere della flotta dove le riparazioni sarebbero durate più a lungo del normale, ma non avevamo scelta e lì dovevamo restare.
Nei lunghi giorni all’ormeggio, osservando gli androidi riparatori dall’oblò della cabina, rivedevo la battaglia per la conquista del sistema 61 Cygni.
Il piano di attacco prevedeva il fattore sorpresa comparendo nell’orbita del 4° pianeta interno del sistema, cuore delle forze nemiche che da anni respingevamo con fatica ai confini del nostro sistema solare. Loro erano arrivati come uno sciame di cavallette fameliche e devastanti e la Terra non aveva avuto altra scelta se non combattere per la propria sopravvivenza.
La tecnologia Parsec, però, aveva fatto la differenza e quando i nostri servizi capirono che la Flotta di 61 Cygni non poteva viaggiare così veloce, il Consiglio delle Nazioni aveva deciso di inviare il contingente che presidiava il quadrante di Saturno a distruggere il cervello e il cuore dei mostri che, a ondate, si buttavano sulla cintura degli asteroidi per oltrepassarla e raggiungere il nostro pianeta: volevano l’acqua.
Ci aspettavano e otto anni di attacchi non erano riusciti a scalfire le loro difese, ma la flotta era stata richiamata procrastinando lo scontro.
La conquista del loro sistema stellare era un dovere che il mio io-guerriero mi aveva imposto, quindi partii con una delle navi classe Arciere, veloci e letali come le frecce di Eracle.
Quel giorno, però, mi sentivo un’idiota! Il tempo trascorso a dormire nella camera di stasi durante i viaggi stellari mi aveva separato dalla mia vita di circa 150 anni: erano già tre le campagne di guerra a cui partecipavo e ogni viaggio mi allontanava sempre di più nel tempo dalla donna a cui avevo giurato di tornare. Einstein aveva ragione: il tempo e lo spazio si dilatano e si restringono in relazione alla velocità con cui si percorrono.
Marta era sicuramente morta da almeno 100 anni terrestri, io ero invecchiato fisicamente di 8 anni ma mi trovavo avanti di 150, in un futuro che non conoscevo.
Improvvisamente l’interfono convocò l’equipaggio: il Capitano e gli Ufficiali avevano importanti comunicazioni da fare. Tutti curiosi e stipati in sala adunata ascoltammo stupiti il Capitano che ci comunicava la fine della Guerra con 61 Cygni, incredibilmente si erano arresi per la scarsità di risorse idriche, combustibile base per i loro motori stellari e le loro astronavi.
Felici e confusi, potevamo rientrare sul pianeta Terra!
La navetta atterrò e il tempo riprese la velocità che conoscevo prima della mia partenza, la folla che ci aspettava esultante vestiva in modo normale, in fondo non tutto era cambiato in questo futuro. Eravamo i primi a rientrare e l’accoglienza a noi riservata era degna degli eroi dei tempi passati, i miei occhi, però, non riconobbero nessun viso conosciuto e la felicità piano piano si trasformò in solitudine. Avevamo conquistato un sistema stellare, ma a quale prezzo per tutti noi che avevamo deciso di partire?
Arrivato al Centro Militare per il periodo di reinserimento sociale non desideravo altro se non la libertà di ritornare nella città in cui ero nato, per visitare le tombe dei miei cari, scoprire e conoscere gli eredi della mia famiglia, piangere per tutti gli affetti che avevo sacrificato e per l’amore che non avrei mai più potuto rivedere. Pensavo a tutto questo mentre riponevo nell’armadio il mio bagaglio e i miei ricordi dello spazio esterno, quando l’assistente di supporto entrando all’improvviso nella cameretta mi consegnò una lettera vecchia di un secolo. La aprii con cura, la paura mescolata alla gioia, e lessi quelle righe seduto sulla branda: Marta mi stava aspettando a poche ore di viaggio dal Centro, il suo risveglio dal crio-sonno era iniziato e in pochi giorni avrebbe potuto riabbracciarmi. Insieme avevamo conquistato il tempo.

 

 

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