CONCLUSIONE (2) _ Giorgio Matteotti

Questa è la storia di Celeste, mia carissima amica e scrittrice di talento, però è un po’ anche la mia storia, che per un certo periodo si accavalla alla sua e corrisponde sul piano dei sentimenti e degli affetti reciproci.
Quando aveva iniziato a scrivere aveva giusto vent’anni e io quaranta, età in cui si crede di aver raggiunto un livello di cultura sufficiente per intraprendere grandi imprese letterarie e ci si sente in grado, quasi sempre a torto, di dare consigli ad una ventenne che voglia seguirti sulla stessa strada. In questo caso specifico. C’era, però, un fattore che avrebbe dovuto metterci sull’avviso in tempo utile e che noi non avevamo preso in considerazione. Ci eravamo conosciuti alla mostra di un mio amico pittore e lei si era subito invaghita di me, ma al momento non ci avevo fatto caso. Da parte mia, invece, non c’era quel trasporto che mi potesse portare allo stesso livello suo, e cioè alla vera e propria cottura, ma un amore diverso: quello di un quarantenne orgoglioso della conquista di una ventenne alla prima esperienza. Dopo circa un anno, subentrò tra noi ciò che comunemente viene chiamata “abitudine” e che sfociò fatalmente, in modi diversi, in una larva di sentimento che con l’amore dei primi tempi non aveva più niente a che fare. A questo punto, ognuno di noi due, anche a causa della differenza d’età, reagì in modo diverso e la relazione amorosa non ebbe più ragione di continuare, lasciando comunque il campo a un rapporto di amicizia e di collaborazione letteraria. D’altro canto, volenti o no, un bel po’ della mia esperienza aveva fatto breccia in Celeste e il suo stile era adesso più incisivo di quello originale. Leggevo i suoi scritti ed ero orgoglioso di riconoscervi idee e concetti che sicuramente erano stati influenzati dal mio contributo umanistico.
Così fui costretto a lasciarla andare sul sentiero che aveva intrapreso e, obtorto collo, molto delicatamente, un po’ alla volta, me ne interessai sempre di meno.
Sapevo da amici che continuava a scrivere, anche se era molto perplessa sulle sue finalità letterarie e si proponeva di pubblicare un romanzo, ma era anche preda di incertezze su personaggi storici da approfondire.
Un giorno la incontrai per caso a una manifestazione letteraria e, vedendomi, mi prese da parte e mi sussurrò: “Mi manchi, Giovanni. Ho bisogno di te, subito, subito.”
Restai sorpreso, ma preferii non mostrarlo e, in silenzio, la guardai negli occhi, senza sbilanciarmi, facendo “Sì” col capo. Poi, però, ci ripensai e, ricordandomi dei vecchi tempi, parlando fitto fitto e incamminandoci verso una meta indefinita, ci ritrovammo davanti alla pizzeria che ci aveva visti fin dall’inizio del nostro amore.
Una volta seduti, si aprirono le cateratte e Celeste, si sfogò: “Giovanni, senza di te sono smarrita. Non riesco più a scrivere e la fantasia si è spenta. Aiutami! Ho scritto un romanzo storico che mi piace tanto, ma non riesco a immaginare un epilogo logico. In nome del nostro ex-amore, Giovanni, cerca di risolvere il mio problema.”
Senza guardarla risposi: ”No, Celeste, non posso farlo. Solamente tu con le tue forze potrai risolvere le difficoltà che incontri. Mi spiace, cara, ma è per il tuo bene.”
E, da buoni amici, ci lasciammo, senza aggiungere altro.
Conclusione: quell’anno il Premio Campiello venne vinto dal romanzo storico di una scrittrice esordiente. Celeste ce l’aveva fatta!

 

 

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