CONCLUSIONE (7) _ Barbara Favaro

Aveva chiuso la porta dello studio del Dott. Chiavini, il ginecologo, da oltre dieci minuti. Si era riseduta sulla comoda poltroncina per aspettare che la visita alla zia fosse conclusa. Non era stata una buona idea, lo sapeva, ma non era stata una sua idea. Fosse stato per lei gliel’avrebbe risparmiata, aveva ottant’anni quella donna e non era il caso di causarle traumi. Il suo medico, però, non aveva sentito ragioni:
“Per essere sicuri che non si tratti di tumore c’è bisogno di una serie di visite specialistiche e di esami”, aveva sentenziato.
La zia non stava bene, questo era evidente, ma non era mai stata bene negli ultimi vent’anni, e tutti si erano abituati alle sue lamentele. Anche quando si lasciava andare a drammatiche rappresentazioni, con maledizioni scagliate a destra e a manca, nessuno faceva una piega.
“Zia Amelia, abbiamo capito, ora mangia tutto che poi ci prepariamo per andare a letto.”
“Crepa”, rispondeva Amelia.
Non sopportava il fatto di essere diventata vecchia. Le palpebre cadenti erano state la tragedia portante di quegli ultimi anni:
“Non ci vedo più!”, urlava tirandosi su la pelle cascante puntando gli indici sopra i bulbi e alzando ridicolmente le sopracciglia.
Voleva farsi una di quelle operazioni chirurgiche delle dive:
“Lo ha fatto la Sofia Loren, posso farlo anch’io!”
Il medico, di volta in volta, cercava di dissuaderla con tecniche diverse. Le aveva provate tutte, dall’indifferenza alla strigliata, ma quando Amelia decideva di rompere le scatole era inarrestabile. Quando Amelia decideva che doveva frantumarti i nervi era imbattibile. Quando Amelia decideva che doveva dirti sul muso quello che pensava era implacabile:
“Quella puttana della Franca andava in giro con le sottane sempre alzate, l’ho vista io!”, sbottava tra una cucchiaiata di brodo e l’altra.
“Dai, zia, sono passati cinquant’anni, forse non ti ricordi bene”, la blandiva la nipote.
“Va’ al diavolo! Io mi ricordo di tutto!”, e sbatteva il cucchiaio nel piatto facendo saltare la pastina sulla tovaglia, cosa che alla nipote dava l’effetto di un trapano sul nervo scoperto.
“Guarda che quella andava dietro a tutti. A tutti! Anche a tuo zio!”, eccolo il colpo di grazia. Suo fratello Bepo era il latin-lover del paese, se l’era fatte tutte: giovani e vecchie, zitelle, vedove e maritate. Tutti sapevano, donne e uomini (cornuti o meno che fossero) e, inspiegabilmente, nessuno di loro era mai passato al contrattacco, magari con un pugno sul grugno tra un bicchiere e l’altro. Erano tutti suoi clienti e nessuno lo aveva mai affrontato per risolvere la questione. Mai un commento fuori posto, mai un’alzata di sopracciglio. Al massimo dicevano che il suo bianco faceva schifo, ma non che il Bepo gli stava scopando la moglie. Amelia, dal canto suo, aveva avuto delle tresche, tutte segretissime finché le sue amiche ne avevano sparlato in giro. Si ricordava di un certo Mario, poi lui era partito e zia Amelia aveva reagito prima chiudendosi in casa per giorni e poi uscendo tutte le notti d’estate con uno o l’altro alle feste di paese e rincasando al mattino. Zio Bepo l’andava a cercare, le mollava una bella sberla per farla rinsavire, lei lo mandava al diavolo e con la guancia in fiamme se ne andava a letto. Senza mai versare una lacrima. Amelia era una che non te la faceva passare liscia, aveva una memoria formidabile e il gusto della vendetta. Al momento opportuno sapeva cosa dire e come dirlo per farti cascare addosso la frana che ti meritavi, almeno secondo lei. Ce l’aveva con la Franca perché se la faceva con suo fratello e suo fratello la difendeva sempre. La Franca era l’unica a tenerle testa, era vedova e non doveva dar conto a nessuno.
“Puttana!”, la salutava Amelia appena Franca entrava nel bar.
“Puttana tu!”, ribatteva senza scomporsi la Franca ammiccando in direzione del bancone dove il Bepo le stava già preparando il Fernet liscio da far sparire in un paio di sorsi, mentre la sigaretta Stop-senza filtro si consumava tra le sue dita di sarta.
La porta dello studio si aprì e il Dott. Chiavini anziché farla entrare uscì prendendola per un gomito con una certa foga.
“Dottore, cosa succede?”
“Sua zia si sta rivestendo, ma me lo poteva dire per Dio!”, Chiavini era furioso.
“Dirle cosa?”
“Che è vergine!”
Aprì bocca e poi la richiuse senza emettere suono. Guardò la zia che si stava risedendo alzandosi le palpebre con le dita. Guardò il dottore. Riguardò la zia:
“Vergine.”
E non sapeva se ridere o se piangere.

 

 

 

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2 pensieri su “CONCLUSIONE (7) _ Barbara Favaro

    • E’ una riflessione su quello che il tempo riesce a fare sui ricordi, quello che il raccontare può fare sulla realtà e come il racconto può modificare la nostra percezione delle persone. Gli esseri umani nascondono misteri sorprendenti 😉 🙂

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