(01)_ TANGO di Bruno Barcellan

“La sera, quando per molti è l’ora di ritirarsi, c’è un locale, brutto da paura. E’ qui che, fino a notte tarda, vengo a vedere il mio uomo che balla. La strada buia, le case, alle finestre, qualche luce già si spegne. Giù per le vie, quelle più strette e fatte di pietra, l’ultimo vicolo tiene nascosta l’entrata oltre una tenda lurida: qui dentro balla il mio uomo. Sa che ci sono, ma sempre mi ignora, per lui è solo la musica, solo il ballo e le tavole sotto che scorre con le punte. Sono solo le traiettorie che inventa, i passi, a volte svelti, a volte lenti, con cui mi tradisce ballando con le donne, quelle vere che con lui ballano, che fanno l’amore con lui, mentre tutti guardano, anch’io.”

– Scendi! Lo sai anche tu che questa sera non è fatta per dormire.
– A parole fai tutto facile, i fatti , quelli non li sai reggere.
– Questa sera faremo tutti i fatti che vuoi, ne avremo così tanti che potrai raccontarli per giorni, e solo i più importanti, perché saranno troppi per dirli tutti.
– Parole, come sempre.
– Ascolta, suonano il tango. E’ una musica forte, ma lontana, la sento appena. Sono le voci di un paese dall’altra parte del mondo. I musicisti di laggiù qui muoiono di nostalgia, e il loro tango ne soffre e ci guadagna. Musica triste di chi vuole fuggire, ma anche tornare, di chi senza casa sa bene cos’è casa.
– Di chi è senza futuro?
– Questa sera il loro futuro è solo l’applauso alla fine della musica, alla fine del ballo, per ripagare il sudore mentre continuano, un poco ancora, a suonare le ultime note allo sbando, le migliori.
– Sono solo note, sono solo passi.
– Chi compone, chi suona, chi ascolta, chi balla, le ultime note sono di tutti, soffiate nell’aria come bolle di sapone, si rompono subito, qualche goccia e via. Così si mescolano, in un attimo preciso, la felicità, il dolore, le voglie, le valige di noia e di gioia di più persone, distanti oceani dai destini tanto diversi, alcuni segnati.
– A me interessano solo le faccende di cuore.
– Ma anche di politica, e perché no, di libertà. Ognuno ha il suo modo di esprimerla e per chi non l’ha, per chi deve conquistarsela, allora il tango assume significati ben profondi, quando dire le cose come stanno non si può o non si riesce.
Sangue e sudore melanconicamente finiscono in questi suoni e in questi balli che cessano solo quando mancano le forze, ma, appena queste si riprendono, inizia un’altra canzone, un altro giro, tante storie di un unico discorso che tutto comprende.

Ti racconto una storia.
Un giorno ho visto, lungo il Caminito di La Boca in Buenos Aires, una rissa, erano ubriachi e pericolosi. Io, solo a guardarli, avevo paura. Loro no. Erano spavaldi, avevano dietro di sé la loro storia e quella dei loro padri, anche dei nonni, ed oltre, se vuoi. Avevano la rabbia dei dimenticati, dei traditi, di quelli che nessuno vuole.
Le madri con i bambini, furono le prime a sparire. Poi anche gli altri passanti. Rimasero solo loro e pochi curiosi, tra cui io. Era verso il tramonto, erano ubriachi da non reggersi in piedi, mancavano di prudenza. Era una guerra fra poveri, perché c’erano solo loro, ci fosse stato un ricco, un borghese, avrebbe avuto vita breve.
Uno dei meticci, alto e magro, s’era fatto sotto ad uno dei bianchi, tarchiato. Gli girava in torno incrociando i passi, l’altro sembrava non lo vedesse, ma era attento.
Il meticcio sorrideva beffardo, il bianco serrava i denti.
Il meticcio mise le mani sulle spalle del bianco, che non si mosse.
Il meticcio, cambiando mani, ma tenendole sempre sulle spalle dell’altro, gli si fece dietro con dei passi laterali. Il bianco si girò di scatto. Si azzuffarono. Gli altri guardavano. Tutti guardavamo quel ballo, la lotta.

– Non ti ho già detto che a me interessano solo le storie d’amore?
– Ho anche queste, non disperare, posso dirti di quella volta che Angel si innamorò di Maria Veron?
– Racconta!
– Lui se ne stava seduto e pensieroso in disparte nel tram, dentro la notte buia dell’ultima corsa che da Belgrano arriva al porto. Non c’era nessuno sui sedili di legno che potesse distrarlo dalla solita apatica malinconia, fino a che, a una fermata, entrarono Maria e il suo ragazzo. Erano stati in milonga e se n’erano andati prima perché volevano fare l’amore.
Quando Angel la vide, capì subito che lei sarebbe stata come quel vento impetuoso che spazza d’improvviso la foschia che dorme sulla spiaggia, quando l’avvolge in volute che sembrano giri di vals. La stessa nebbia di quella notte, che Angel avrebbe potuto scorgere se solo avesse osservato verso il mare, invece di guardare solo Maria, solo lei.
Le luci nel tram erano calde. Le lampadine stanche, mosse dalle vibrazioni dei binari, facevano tutto beige attorno ai pali di ferro brunito, quelli per reggersi, e alle sedute di legno verniciate, lucide, che facevano tanto vecchio film, meno che lei, con la sua bocca rossa come il desiderio. E le sue gambe nude. Angel le scioglieva con lo sguardo, lei se lo sentiva scorrere sulla pelle, e le piaceva. Danzava lo sguardo di lui lungo quelle gambe, danzava il tram, dentro quella notte milonguera.
Arrivati al porto partiva il traghetto, lo presero i due innamorati, Angel salì anche lui.
Il vento prese a soffiare e disfece la nebbia che lui aveva nel cuore.
Lei rideva, doveva aver bevuto, rideva forte per nulla, e per farsi sentire fin dove Angel stava, un poco distante. Ancora il ragazzo non capiva, sentirla ridere felice, questo gli bastava.
Punta del Este, con la sua spiaggia fatta per i baci, si avvicinava piano. Sopra si aprivano le stelle. Angel si disse: devo!
Il traghetto giunse al porto procedendo di lato in una mezza piroetta, in senso antiorario. All’attracco si spensero i motori , come quando cessa la musica. Scesero i due innamorati, lei rideva ancora, ma con la coda dell’occhio, cercava. Camminando lungo la sabbia, lei con le scarpe in mano si bagnava a volte i piedi.
Angel a distanza, riusciva a vedere le orme di entrambi e pestava preciso quelle del ragazzo, così gli pareva, guardandosi indietro, di essere lui che l’aveva condotta per mano. I due innamorati, lo erano ancora?, si fermarono sotto al pontile, lei poggiata a un palo, lui la baciava. Poi lei lo abbracciò per rubargli il calore, con la testa sulla sua spalla, gli occhi chiusi, qui sentì un altro odore.
Aprì gli occhi e vide Angel vicinissimo. Angel, che, senza accorgersene si era ritrovato in mano un bastone trovato, colpì il ragazzo sulla testa. Il ragazzo cadde senza fiatare. Lei urlò. Angel la guardò con maggiore paura di lei. Lasciò cadere di mano il bastone e, con la stessa mano, prese piano quella di lei.
Ballarono sulla spiaggia. La mattina dopo c’erano ancora le tracce del loro tango, un po’ mangiate dalle onde, un po’ no.

– Non ci credo, hai inventato tutto quanto!
– E anche se fosse?
– Non voglio menzogne questa sera, voglio solo cose vere, solo musica, solo balli.
– Allora sei fortunata. Questa sera hai la musica e i balli. Basta che ascolti, che guardi, basta che scendi.
– Da qui vedo dove suonano, intuisco anche i loro movimenti, ma non bene.
– Senti anche le parole? Cosa dicono, qual è la storia?
– Cantano spesso una canzone, ho chiesto in giro e un vecchio, sicuramente uno di loro, con parole qualcuna della mia e molte della sua lingua, mi ha spiegato quel tango: Mi hombre es un tanguero.

“Il mio uomo balla il tango. La sera, quando per molti è l’ora di ritirarsi, c’è un locale, brutto da paura. E’ qui che, fino a notte tarda, vengo a vedere il mio uomo che balla. La strada buia, le case, alle finestre, qualche luce già si spegne. Giù per le vie, quelle più strette e fatte di pietra, l’ultimo vicolo tiene nascosta l’entrata oltre una tenda lurida: qui dentro balla il mio uomo. Sa che ci sono, ma sempre mi ignora, per lui è solo la musica, solo il ballo e le tavole sotto che scorre con le punte. Sono solo le traiettorie che inventa, i passi, a volte svelti, a volte lenti, con cui mi tradisce ballando con le donne, quelle vere che con lui ballano, che fanno l’amore con lui, mentre tutti guardano, anch’io.
Dentro c’è fumo tutto attorno e musica sempre, di giorno non sono mai entrata, la luce qui noni si muove bene. Fumo e musica, l’odore e il sapore del vino rosso, e il sudore del caldo della gente, il cibo. E’ una cappa che fa l’atmosfera dove lui balla ed io guardo, lontana, quando mi tradisce. Io, sola al mio tavolo, che per la rabbia non vedo più, ma io, sì, ho qui con me un pugnale, ho con me un pugnale che nessuno sa.”

 

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