(03)_ TANGO di Aldo Quagliotti

Precipitò nella sua quotidianità come un meteorite in un campo deserto. Incendiò gli auricolari risalendo la corrente avversa e infilandosi all’interno del suo udito. Una sorpresa inattesa, un fulmine intriso di stupore. Non si aspettava affatto di ritrovare Por una cabeza di Carlos Gardel nella sua playlist, che fosse un errore? Si sforzò di ricordare chi poteva mai averle aggiunto quel pezzo così lontano dai suoi gusti e su due piedi le vennero ben poche idee.
Forse uno scherzo, accanto a Sam Smith e a Rebecca Ferguson non c’era mai stata quell’atmosfera così vintage e teneramente ovattata. Lasciò scorrere i primi secondi nell’attesa di qualche illuminazione improvvisa, e il suo umore prese ad adagiarsi sulla piega dei ricordi, quasi come un surfista che cavalca l’onda per vivere a pieni polmoni l’impeto di adrenalina.
Ora felice, ora meditabonda, Clara ripercorreva il nastro dei suoi sedici anni, vissuti a cavallo di traslochi e vacanze studio, sempre in giro per il mondo a catturare un sogno fugace di permanenza che svaniva dinnanzi a ogni capriccio dei suoi.
Non le era mai piaciuto doversi presentare e dire addio nell’arco di pochi mesi e quei ritmi così meccanici e veloci, alla fine, avevano condizionato fortemente il suo senso del tempo.
Fu un particolare improvviso a fermare le diapositive che si stavano affastellando senza sosta nella sua mente, quasi un sasso lanciato fra le rotaie della memoria:

Si un mirar me hiere al pasar,
sus labios de fuego otra vez quiero besar (…)

Se uno sguardo mi ferisce mentre passa, voglio nuovamente baciare le sue labbra di fuoco, ripeté fra sé e sé. Ma certo! Era stata sua zia Cristina a inserire la canzone nel suo iPad, era stata proprio lei a fargliela conoscere. E d’un tratto i ricordi eruttarono come lava incandescente investendo intrepidi ogni suo muscolo. Contrasse il volto, assalita da un’immagine ancora nitida:
“Senti cosa dice, piccina mia? La sua bocca che bacia cancella la tristezza e calma l’amarezza… oh, non è fantastico?”, Cristina si era girata lievemente di schiena per guardare il volto rapito della sua nipotina.
“Mi fate vedere qualche passo? Per favore, per favore!”, Clara aveva chiesto saltellando sul posto, mentre attendeva impaziente che i suoi zii iniziassero a stringersi e ad avvicinarsi cauti.
Cristina era accostata al volto di Sergio, quasi annusandone la virilità composta e trainante. Lui le aveva raccolto premurosamente la mano destra, che si serrò quasi come un uncino attorno alle nocche di suo zio, e fra loro due sembrava non ci fosse spazio che per un solo respiro di totale complicità.
“Forza, Clara, falla ripartire da capo, allora, mia piccola musicalizadora.”
Le note si erano distese nella stanza, soffiate con voce gracchiante dal vecchio stereo nero appoggiato accanto al televisore in salotto. La piccola Clara seduta a gambe incrociate a godersi lo spettacolo in trepidante entusiasmo. Nell’aria i loro corpi roteavano, pesanti verso terra, in leggiadro equilibrio fra loro, disegnando geometrie sottili sul pavimento, note soltanto a loro. Decodificavano i segnali dei loro corpi con tempestività, preannunciando l’uno i movimenti dell’altra. Davano l’impressione d’essere scie che si rincorrevano mescolandosi e ritraendosi, un gomitolo spaiato dalla passione e ricongiunto dal desiderio. Un boleo frustava l’area, attorcigliandosi al pulviscolo della stanza, mentre Sergio accompagnava il suo ballo con disarmante semplicità.

Ecco da quale antro proveniva quel fastidio gutturale: la porta dei ricordi era stata spalancata e la contraria esigeva quello stridente rabbrividire. Clara si sorprese scossa dal ricordo così prepotentemente riaffiorato. Il tango, sì, quell’antidoto che aveva tenuto in vita l’unico perno dei suoi mille viaggi, il porto sicuro che l’aveva ospitata un’infinità di volte. Una passione verace, avvolgente, inspiegabile a chi non la conosceva. Un sogno color pece che l’aveva voluta a sé sino all’impiccagione. Una lacrima rigò il suo viso e interruppe la musica.
C’era un amore embrionale dentro sé che aveva corso più in fretta dei chilometri che la separavano da casa, dall’ultima volta, dall’ultimo abbraccio. Fra l’incuria e nuovi volti c’era un tatuaggio forte che la riuniva a sé, un nome possente cicatrizzato nell’aorta. Un tango sempiterno continuava a essere eseguito e lei ne faceva ancora miracolosamente parte.
Clara lo raccolse, mentre una voce incerta annunciò l’arrivo: “Benvenuti all’aeroporto di Buenos Aires”.

 

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