(06)_ TANGO di Maria Chiaramonte

Era nella sala della milonga, il tango suonava già. Era in mezzo alla pista con quell’uomo, adesso avrebbe dovuto abbandonarsi a lui e farsi trasportare dalla musica. Era solo una prova, avevano detto i maestri. Lei si sentiva a disagio: i capelli erano arruffati e sporchi, sentiva che le si appiccicavano troppo sulla nuca e non avevano nessuna piega. Non si sentiva a suo agio nemmeno negli indumenti che aveva scelto a caso la mattina prima di andare in ufficio e che non aveva avuto tempo di cambiare. Per di più calzava degli assurdi stivali che nulla avevano a che fare con le magiche scarpe da ballo che indossava la maestra.

Si erano anche persi tutta la spiegazione teorica, erano arrivati nel momento in cui iniziava l’esibizione di prova dei maestri. Lei non era riuscita a distogliere gli occhi dai piedi della ballerina. Erano bellissimi: unghie rosse, come lei non aveva mai avuto, avvolti da sandali di pelle nera con cinturino alla caviglia. Si muovevano sinuosi e fieri. Ballavano seguendo la musica, accordandosi all’ispirazione lanciata dal partner. Ballavano e creavano ricami sul pavimento liscio e nell’aria. La guardava con sincera invidia: era bellissima e sensuale, forse era anche più matura di lei, ma l’agilità e la gioia di vivere che trasmetteva, e la perfetta intesa con l’uomo che la conduceva, la rimandavano a una visione di se stessa che probabilmente non si sarebbe mai avverata… eppure nel suo intimo la ambiva. Come desiderava che l’uomo che l’aveva accompagnata potesse diventare il suo partner in quel ballo.
Glielo aveva già chiesto e lui aveva rifiutato. Avevano anche fatto una prova, una sera, in una sala piena di gente chiassosa e con una musica gracidante. Lui per tutto il tempo aveva continuato a lanciarle stupide occhiate di gelosia, mentre provava semplici passi con altri uomini. Quando lo avevano fatto insieme lui le aveva ripetutamente pestato i piedi e si era immusonito per il resto della serata. Quella sera aveva sentenziato che non avrebbero fatto nessun corso di tango, invece adesso era lì, in mezzo alla sala, con lei. Lei aveva chiuso gli occhi, così come aveva chiesto di fare il maestro.
Lui le aveva appoggiato la sua mano destra sulla schiena, mentre con la sinistra a coppa le teneva la mando destra. Non era la posizione classica, solo questi due punti di contatto e null’altro.

D’un tratto tutto scomparve. Tutto: la sala, le altre persone, i maestri, i suoi capelli, la maglia di lana e gli stivali. Rimasero solo la musica e quelle due mani: una sulla schiena e l’altra nella sua. Con delicatezza, iniziò a farla camminare piano, in avanti. Poi si fermò un attimo. Ricominciò a farla camminare in avanti e poi indietro, con piccole esitazioni, ma lei non oppose alcuna resistenza. Improvvisamente si sentì leggera e libera, pur non decidendo la direzione, il passo, le pause. Sentiva quel ballo fluido come quando ballava frenetica la musica rock, da sola. Non erano un vincolo quelle mani, erano l’ispirazione di quell’uomo che diventavano il suo movimento, la sua stessa ispirazione. Quel fermarsi, riprendere, l’andare avanti o indietro coincidevano nel momento stesso in cui i suoi piedi e il suo corpo volevano farlo. Iniziò perfino a ruotare, senza nemmeno sapere se verso destra o verso sinistra, e in quel volteggio la colse di sorpresa una felicità inconsueta: si ritrovò a sorridere e aprì gli occhi. Lui la guardava altrettanto sorridente e d’improvviso vide brillare nei suoi occhi una luce identica a quella mattina in cui per la prima volta si erano svegliati insieme, nudi. Sorpresi entrambi che l’amore possa apparire d’improvviso, dentro gli occhi di uno sconosciuto.

 

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