“Seduta” di Bruno Barcellan

Sono seduta, al solleone, su una grande panca vicino a Notre Dame. Di fronte a me si alza una spalliera d’edera. Un vecchio mi cammina accanto con un paniere al fianco, e stacca le foglie avvizzite. Nel giardino della canonica stanno tagliando l’erba. Voglio molto bene a questa superba cattedrale. La visuale limitata che ne ho in questo momento è costituita da guglie appuntite e svelte, che si staccano sul cielo azzurro e da due pappagalli di pietra rannicchiati e come in bilico su un balconcino. Sembra quasi uno schizzo a penna. E mi piacciono i santi con le croci al collo e le teste in mano.

(Kathrine Mansfield)

Sembra uno schizzo a penna di china che qualcuno, un artista, qui su questa panca ha tracciato poco prima che arrivassi. È giunto con la sua bicicletta ruggine, un paio di piccoli occhiali sotto i riccioli castani, la camicia coi polsini consumati, direttamente da Montmartre in cui vive, o sopravvive.
Ha disegnato tutto, soprattutto i bordi, e li ha lasciati proprio a me. Che potessi così vederli, metterli in un paniere e portarli a casa. Perché senza questi segni, sono troppi i colori, le forme e i dettagli per poterli tenere tutti e rubarli. Anche nel viale, i sassi di ghiaia, non potrei mai trascinarli tutti, ma disegnati, questi diventano tanti piccoli tondi di misure più o meno uguali, che pesano come piume, facili da portare. Così il velo che è il cielo e le guglie di stagnola, anche i santi di cioccolata grigia e cava, anche questi riesco a portare. Li prendo con la mano, uno tira l’altro, ci sta tutto nel paniere, ora chiedo al vecchio se me lo presta. Il vecchio, che ha smesso il suo lavoro e guarda soddisfatto, ci lascerei nel suo paniere le foglie secche perché con loro, assieme ai sassi, porterei con me il rumore, il suono scricchiolo di oggi. Percorrendo indietro le stesse strade già fatte, contenta me ne andrei via da questa panca, da questo angolo da cui vedo i tratti verticali del mondo che vorrei, felice di portarli via con me e ospitarli in casa, la mia piccola e superba cattedrale vuota.
La riempirei di tutto quello che oggi ho rubato.
Le guglie, sopra il letto, come trampolini per i sogni. I pappagalli sulla pietra in alto del camino, in bilico, non patirebbero più il freddo della notte. I santi a vegliare l’uscio, muti direbbero: lasciate le testa voi che entrate, portate solo un briciolo di cuore.
Le foglie le spargerei ovunque a profumare quel poco che possono.
Formerei con i sassi dei vialetti in salotto, così starei fuori e dentro, allo stesso tempo. E potrei uscire, solo se voglio.
Il paniere, invece, lo darei al fuoco, che se lo porti via, così nessuno può usarlo per riprendersi questo, che ora è mio.

 

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