“Insonnia” di Elda Cortinovis

La musica veniva dal piano bar ed era impossibile resisterle. Bob si lasciò accompagnare dalle note e arrivò al pianoforte a coda, al centro del piccolo palco, illuminato da una luce calda. Aveva ascoltato per giorni nenie giapponesi che non apprezzava ed ora quella musica così familiare esercitava su di lui un’attrazione irresistibile. Al piano un uomo piuttosto magro muoveva armoniosamente le dita, sfiorando i tasti. Lo osservò a lungo, commosso.
Ricordava da bambino come suo padre riuscisse a chiudersi per ore nello studio ascoltando musica classica e come lui si sentisse totalmente escluso. C’era un divieto non scritto su quella porta che tutti in famiglia rispettavano, ma il suono straripava e inondava tutta la casa; era il ricordo più vivo che conservava di suo padre. Con quel pensiero si avvicinò al pianista. Ancora non sapeva che quell’incontro avrebbe cambiato completamente la sua vita.

Erano le quattro del mattino ed era rimasto nella suite del Conrad Hotel fino ad un attimo prima. Da quando era arrivato a Tokyo rimaneva ore sveglio. Con occhi sbarrati osservava la fessura nel soffitto che si scuriva sempre più.
Un’imperfezione, un’incrinatura, chissà forse formata col tempo o forse d’assestamento subito dopo la costruzione; col passare delle ore diveniva una fessura nera, come un taglio profondo.
Era un punto di riferimento per trascorrere la notte, inesorabilmente, fino ai primi bagliori dell’alba in attesa. In quella sua notte, quella frattura aveva perso tutto il suo interesse, aveva bisogno d’aria quindi si vestì e scese nella hall.

Appena terminato il Nocturne di Debussy, in modo automatico, le piccole mani ossute abbassarono il copri tastiera e l’uomo rivolgendosi a Bob chiese: ”Di New York?”, la domanda poteva sembrare banale, ma era l’intensità dello sguardo che l’accompagnava a renderla particolare.
Per un istante Bob avvertì che l’uomo stava leggendo dentro di lui: “Sì, da New York, 5th avenue, a due passi da Central Park”. L’eccesso di informazioni nascondeva un lieve imbarazzo, forse a causa di quegli occhi asiatici piccolissimi, estremamente vivaci, che continuavano a scrutare Bob con una certa attenzione.
“Le piace Debussy? Io lo suono sempre al termine di ogni serata, concilia il sonno ed eleva lo spirito. Domani sera non ci sarò è la sera del Cha No Yu”.
Bob aggrottò le sopracciglia, avrebbe voluto chiedere di cosa si trattasse, ma non ne ebbe il tempo perché l’omino sorridente lo anticipò: ”La cerimonia del tè, allo Shirakawa alle 23.00, puntuale la prego”.

Quella sera Bob ripassò dall’A alla Z tutta la sua vita: da un set all’altro, tra feste e inviti; assuefatto dai jet-lag e il più delle volte annoiato, profondamente annoiato, da un mestiere invidiatogli da chiunque, ma per lui ormai trasformatosi in una trappola infernale. Poi c’era Lara, aveva sempre qualcosa da rimproverargli, i loro tempi di comunicazione risultavano, da qualche anno, del tutto sfasati.
Lei, travolta dalla sua quotidianità, aveva finito con il sovvertire l’ordine d’importanza degli eventi: partecipare al pranzo della sorella era importante almeno quanto il risultato delle analisi, completamente sballate, ritirate il mattino stesso.
Lui, stanco e frastornato, si sentiva un estraneo in casa sua. Se cercava di isolarsi sul divano guardando un programma televisivo, lei era già pronta a chiedergli un qualche favore che ne interrompesse la tranquillità. Sembrava sempre in agguato, iniziava a parlare quando ancora si trovava in cucina, per avvicinarsi inesorabilmente al divano e concludere con il solito: “Hai capito?”.
“No, non ho capito, anzi, meglio: non ho sentito niente, neppure una parola, non avevo voglia di ascoltare niente di niente!”, avrebbe voluto risponderle in questo modo, almeno una volta, invece stava lì a guardarla con fare interrogativo, sguardo che la faceva puntualmente arrabbiare, e per giorni non si parlavano più.

Finalmente mattino, per Bob la giornata sarebbe scivolata via leggera, l’appuntamento fissato per la stessa sera lo metteva di buon umore. Non l’avrebbe mancato per niente al mondo. Puntuale, si ripromise.

Camminava con passo lento, era partito con grande anticipo, voleva arrivare alla sua meta a piedi conquistando ad ogni passo quel suo momento, di cui nessuno sapeva nulla. Respirava profondamente, deliziandosi di quella notte silenziosa, viva. Ritmicamente intorno a lui si alternavano luci ed ombre, che solleticavano la sua fantasia. Gli sembrava di camminare lungo i binari della ferrovia e avvertì un sibilo che lo indusse a correre per un breve tratto avvolto in un’atmosfera del tutto surreale.
Distolse il pensiero e continuò a camminare tra il brulichìo della gente fino a quando lasciò la zona rassicurante degli stores, aperti a tutte le ore, e dei ristorantini fumosi, per proseguire disinvolto in stradine secondarie, dove il neon diventa lanterna e l’odore degli spiedini di carne penetra nelle narici.
Avvolto dall’umido notturno della metropoli, procedeva da un vicolo all’altro in un dedalo da cui gli sembrava difficile uscire. All’improvviso, davanti a lui, la scritta minuscola, che solo occhi attenti potevano scorgere: Shirakawa.
Per entrare dovette lasciare le scarpe all’ingresso, ad accoglierlo una giovane donna avvolta in un kimono di raffinata seta profilato d’oro, di color azzurro cielo sopra il quale usignoli ricamati sembravano prendere il volo.
Lo salutò con un inchino del solo capo e lo accompagnò in una sala più grande.
A terra, su un tatami color sabbia, sedevano alcuni uomini. Bob riconobbe il pianista che gli fece cenno di avvicinarsi. Era una cerimonia e i gesti che si susseguirono, lenti e precisi, sembravano una danza armoniosa.
Bob ringraziò per il cibo che gli venne offerto. Il pianista gli bisbigliò: “Sei già sulla buona strada; accettare il cibo è nella sua semplicità un gesto che mette in relazione gli uomini e la natura in piena armonia. Wa – Kei – Sei – Jaku. Lascia che queste parole entrino realmente in te”.
Bob, inginocchiato a piedi scalzi in un luogo così insolito ed estraneo alla sua vita, per la prima volta si sentì veramente a proprio agio.
“Wa – Armonia “, pensava, “forse è questo che è venuto meno nella mia vita: l’armonia”.
L’armonia dei corpi, suo e di Lara, abbracciati nudi nel letto del loro piccolo appartamento, amandosi profondamente. Appena conosciuti stavano ore insieme a fare progetti, a scherzare, a ridere, poi era successo qualcosa e l’incantesimo si era rotto, ma quella sensazione era ancora viva in lui e voleva ritrovarla.
La ragazza gli porse una tazza di porcellana bianca, appoggiata su di un vassoio anch’esso bianco; nel prenderlo Bob sfiorò con le dita la manica del kimono e alzò lo sguardo incrociando gli occhi turbati della giovane che si ritrasse rapidamente.
“Kei – Rispetto, riconoscere anche agli oggetti più semplici la propria dignità”.
Bob, si rese conto in quell’istante: aveva perso il rispetto verso se stesso. Aveva smarrito da qualche parte la coscienza della sua profonda ricchezza in quanto uomo. Compiva gesti, sempre gli stessi come un automa, solo per un ingranaggio avviato che non aveva più la forza di fermare. Quel lavoro lo aveva sedotto un po’ per volta, ma in modo assoluto tanto da perdere il contatto genuino e profondo che lo legava alla sua famiglia e persino a se stesso. Forse era stato proprio quello il momento in cui Lara si era resa via via più indipendente e aveva imparato a vivere anche senza di lui. Gli incontri di lavoro, le scene da girare, i luoghi lontani da raggiungere, i party, le presentazioni, lo avevano travolto fino a quando, un giorno, aveva accettato l’invito di alcuni amici per partire alla volta del Canada. Escursione per soli uomini. La pausa forzata, l’immersione totale nella natura selvaggia ed aspra, illuminata da colori e contrasti spettacolari che bucavano lo stesso paesaggio, e la fatica fisica, ben diversa da quella legata al suo lavoro, lo avevano così coinvolto emotivamente che al ritorno un solo pensiero gli attraversava la mente: “Che cosa mi sto perdendo di questa esistenza?“. Era tornato a New York frastornato; aveva completamente perso la capacità di scegliere con lucidità ciò che desiderava realmente fare della sua vita.

Il pianista accompagnava Bob in questo cammino dandogli qualche spiegazione che lui stesso esitava a chiedere perché entrava profondamente nel suo Io e lottava, evidentemente, contro ciò che fino a quel momento aveva vissuto, ma di cui ora non era poi così sicuro di volere ancora. Il tè venne sorseggiato da tutti gli ospiti, trascorsero diverse ore in modo lieve, tanto che Bob ne aveva ormai perso il conto. Al termine della serata ognuno raccolse la propria tazza e la pulì.
“Sei – Purezza; pulire, per spazzare via le preoccupazioni, i vincoli mondani, i propri vissuti, per rinascere”.
Quante volte avrebbe voluto non partecipare alle feste, era chiaro sceglieva lui dove andare e quando presenziare, ma bisognava esserci, brillanti e in piena forma, per mantenere quella fama raggiunta con determinazione e per essere sempre in auge. A ciò si aggiungeva Mary, la sua efficientissima agente, lo metteva alle strette e non gli consentiva di sgarrare. I contratti andavano rispettati e non ci si poteva permettere di sparire improvvisamente senza poi subirne le conseguenze: anche la più illustre delle carriere può venire affossata in breve tempo da un comportamento snob e poco socievole, specialmente in ambienti artistici.
Ora intravedeva una luce, gli sembrava di avere una via di fuga. Non sapeva ancora con chiarezza quale, ma c’era, andava solo messa a fuoco.
La cerimonia era terminata, Bob si sentiva pervaso da un’impagabile sensazione di serenità e pace: Jaku. Chiuse gli occhi, aveva bisogno di restare concentrato su se stesso ancora per qualche attimo per godere di quella trasformazione che ormai era in atto.

Girò pagina e lesse la parola FINE. Era soddisfatto della notte trascorsa insonne, pensò che quel Bob gli piaceva e che si meritava di essere portato sul set, se non altro per lo sforzo che stava facendo per rinascere. Quel pensiero lo fece sorridere, togliendogli finalmente quell’aria annoiata che da troppo tempo adombrava il suo volto. Si alzò ripetendo fra sé “Wa Sei Kei Jaku” mentre si avvicinava al pianoforte.
Il pianista aveva terminato di suonare e disse non curante: “Desidera?”.
Bob arrotolò il copione su se stesso, lo strinse forte: “Nulla… mi scusi… era solo un pensiero”, si voltò e se ne andò a dormire.
In camera avrebbe chiamato la sua Lara per dirle quanto l’amava e che aveva una gran voglia di tornare, per ricominciare a vivere intensamente ogni giorno della sua vita, accanto a lei, godendo di ciò che aveva già, senza cercare troppo lontano.

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