“Figli del deserto” di Gianluigi Bergognini

L’aria era buona, il ragazzo dal viso abbronzato gettò uno sguardo attento verso la gola sottostante il ponte che univa i due minuscoli villaggi e su cui camminava. Si fermava sempre ogni mattino ad annusare l’aria, per carpire qualche buon presagio nel vento che saliva lungo la valle. Aveva poco più di 16 anni, i capelli si agitavano intorno al viso cosi acerbo regalandogli un aspetto da bambino selvaggio, ma lo sguardo era duro.
Due occhi neri, decisi, scrutavano il fondo valle. Cercavano il motivo di quel cammino che faceva ogni volta, verso il punto di partenza dei minuscoli pick- up che servivano per trasportare i turisti dalla base del canyon al suo paese di pietra: Shahara.
Amhed era il suo nome, era il figlio del capo del villaggio e depositario di ogni diritto di precedenza rispetto agli altri uomini: ogni suo viaggio verso la valle doveva essere proficuo, ogni turista che aspettava là in fondo doveva essere suo. Sapeva farsi rispettare, Amhed, toccò con desiderio la canna lucida del kalashnikov appeso alle sue esili spalle e sorrise.
Sì, anche oggi avrebbe avuto la sua lauta mancia, la più ricca di tutti.

– Ecco, mi hanno spiegato che d’ora in poi non possiamo più usare Jeep, che dobbiamo usare i pick-up, che saranno loro a portarci su, verso quel ponte!
Nusrat agita la testa e le mani per cercare di farsi capire col suo italiano difficile. Mia sorella ed io lo guardiamo divertiti, ma anche un poco preoccupati. Lo sguardo va ai minuscoli e sgangherati veicoli che avrebbero dovuto portarci a quasi 3000 metri, verso quel posto tanto celebrato nella guida turistica dello Yemen che faceva capolino dallo zaino che avevo posato a terra.
– Va bene, non abbiamo fatto tutti questi chilometri in mezzo alla polvere del deserto per fermarci di fronte a questa cosa. Va bene Nusrat, ma muoviamoci in fretta, ho voglia di sentire il vento su quel ponte.
Mi ascolto pronunciare quelle parole mentre osservo l’uomo che ci invita al suo pick-up: avrà 30 anni, il sorriso sdentato e gli occhi come due fessure. Ci fa salire nella stretta cabina, io in mezzo tra il guidatore e mia sorella mentre Nusrat si accomoda in piedi sul cassone. Di fianco a me, spartiacque tra i nostri due mondi un kalasnhikov.

Amhed sta scendendo, Amhed è vuoto, Amhed non si ferma, speriamo che là in fondo ci sia qualcuno.
Le donne del villaggio aspettano sull’uscio delle loro case l’arrivo dei turisti che ogni giorno salgono fino a loro. Non per accoglierli, ma per dileguarsi silenziose al loro interno, al sicuro nelle loro stanze; quelle pietre color della terra raccolgono secoli di storia e di usanze. Quassù il mondo non è penetrato fino in fondo, in quel posto di vento e aquile si annida il vero volto della terra bruciata, della durezza di un popolo che non si vuole piegare al saccheggio del progresso, ma che sa usarlo a proprio piacere e consumo.
Amhed fuma tranquillo lungo quel sentiero stretto e scosceso, in certi punti largo quanto il suo pick-up. Scende e i suoi pensieri sono forti. Lo sa che di lì a pochi anni prenderà il posto di suo padre e non per continuare a fare quello stupido lavoro, ma per portare nuova linfa alla lotta per cui è nato. Perché lui è un predestinato. Fin da piccolo aveva sentito su di sé il richiamo della lotta.
La liberazione del suo popolo dalle insidie dell’occidente in nome di Allah!
Ricordava tutto. Si sentiva di avere alle spalle secoli di lotta e di uomini pronti a tutto. Era con loro. Era uno di loro. Da bambino guardava con odio quegli uomini dalla pelle chiara che armati di macchine fotografiche riempivano di bellezza i propri occhi. Ma era la loro bellezza. Non spettava a nessun altro se non a loro. Li guardava soddisfatto, le facce stravolte dalla paura e dalla fatica per il lento e pericoloso salire lungo quella stretta strada a strapiombo che lui aveva imparato a percorrere in fretta e senza paura.
Li osservava e la rabbia lo prendeva quando li vedeva calpestare con quei piedi impuri il ponte, quel ponte sospeso che era allo stesso tempo simbolo e orgoglio del suo popolo. Il popolo di Shahara!

Il fucile non c’è più, per fortuna. Ripenso con soddisfazione al modo con cui ho convinto l’uomo che guida il pick-up a spostarlo dall’altra parte della cabina. Questo viaggio mi sta trasformando. Guardo mia sorella di nascosto. Ha il viso bello, i lineamenti di donna del sud. Se non fosse per la pelle un po’ troppo chiara, con quei capelli cosi neri e aggrovigliati potrebbe essere scambiata per un africana. Mi osservo dentro il piccolo specchietto impolverato. Sono olivastro, abbronzato dai giorni spesi nel viaggio in questa vacanza improvvisata.
Mia sorella e io, soli, senza nessuna organizzazione alle spalle, nello Yemen sperduto…
Perché? Una prova di vita che lei ha voluto regalarmi, che ha pensato potesse cambiarmi.
Ripenso ai miei 30 anni. Cosi diversi da quelli dell’uomo che mi sta accanto. Anni di scoperta di me stesso, di adattamento prima e di cambiamento poi.
Ripenso al mio vissuto e mi stupisco di quello che sto facendo, di quello che sto vivendo con piglio cosi deciso. Mi perdo e mi ritrovo negli occhi scuri che mi guardano nello specchio. Un mio nuovo io. Da qui inizierò il mio percorso.

– Sì. È successo proprio cosi. All’improvviso mentre ero perso nei miei pensieri ho alzato per un secondo lo sguardo lungo la strada che si muoveva incontro a me. Piano piano. E l’ho visto. Prima scendeva tranquillo, poi come un lampo. Ha accelerato e ha puntato deciso il muso del suo pick-up contro di noi. Era pazzesco! Non capivo! Che stava succedendo? In un attimo ci era addosso! Ci è venuto contro!
– Ma perché? Che cosa voleva e chi era? Vi siete fatti male?
Le sue mani stringevano le mie e tremavano un poco e non era per il freddo. In questa notte stellata nemmeno fossimo stati nudi avremmo sofferto il freddo. Sonia era presa dal mio racconto. Era come se fosse stata la con me.
-Non ci siamo fatti nulla. L’uomo che guidava è sceso al volo… era un ragazzo! Dovevi vederlo! Avrà avuto 15 o 16 anni, urlava come un ossesso e ci puntava addosso il fucile!
L’uomo che guidava il nostro mezzo è sceso a sua volta e hanno iniziato a discutere. Devo dire che pur nel momento drammatico era bellissimo vederli… il ragazzo sempre più determinato imbracciava il fucile e urlava frasi di comando. L’altro tenendo a sua volta il fucile, restando in piedi, cercava di rispondere ma era evidente la sua soggezione.
– E poi?
– È durato poco. Pochi scambi e poi a gesti ci hanno fatto capire che dovevamo scendere e salire sul pick-up del ragazzo. Così abbiamo fatto e abbiamo ripreso la salita con alla guida lui.
– Insomma ha vinto il più giovane?
– Ha vinto la forza e la voglia di avere tutto. Ero di nuovo seduto lì nel mezzo durante la salita, ma era cambiato tutto. Te l’ho detto, li avevo osservati mentre discutevano con violenza, ein quegli istanti avevo percepito qualcosa di grande: il potere della volontà. Lascia perdere il modo, dimentica il fucile e lo speronamento, dimentica anche la violenza. In fondo quella è stata usata per fermare il passo. Quello che conta è lo sguardo del ragazzo, uno sguardo deciso e forte. Sapeva quello che voleva e lo aveva conquistato. Questo ho imparato: a modo mio, cercare sempre nella vita la strada giusta per arrivare ai miei sogni. Come ora che sono qui con te.

 

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2 pensieri su ““Figli del deserto” di Gianluigi Bergognini

  1. belle le descrizioni che consentono di visulizzare i momenti del racconto. Tanta la tensione e la suspence creata ma alla fine non era un rapimento o rapina piuttosto una territoralità lavorativa.

    • Ho cercato di lavorare su tre piani divisi, due dallo spazio e uno dagli altri due dal tempo. La drammaticità non era nella situazione in sé, ma nella volontà espressa negli sguardi e nei movimenti dei corpi.
      Grazie Mara.

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