“Il Signor Yasuo Okazaky torna a casa” di Patrizia Rossini

Chiusa a doppia mandata la porta della sua officina, il signor Okazaky si incamminò verso casa, ma invece di prendere la strada maestra che lo avrebbe portato direttamente al ponte di giunco che collegava il paese alla campagna, dove abitava al di là del torrente, imboccò la stretta e tortuosa via di fronte a sé, perpendicolare alla strada maestra. Camminava con passo agile, consapevole, guardando a turno a destra e a sinistra e rallentando quel tanto che bastava per un accenno di inchino che di volta in volta era affabile, affettuoso, dignitoso, rispettoso, molto rispettoso, a secondo della Kokeshi che salutava e che lui stesso aveva modellato e posizionato, casa per casa, talvolta davanti alla porta d’ingresso, talvolta su uno dei gradini antistanti l’entrata laterale, talvolta all’interno della casa stessa, dietro la porta scorrevole appena socchiusa da cui sembrava che la Kokeshi di turno stesse sbirciando fuori, in attesa proprio del suo arrivo. Aveva appena salutato con grande affabilità la Kokeshi ultimata il giorno prima, che si fermò di colpo per ammirare la lucertola ferma sulla lama di luce che pioveva dall’alto attraverso le abitazioni e arrivava fin sul terreno a sfiorare i suoi piedi nudi nei sandali di salice. Estrasse dalla tasca la scatolina di legno che da qualche settimana portava sempre con sé, l’aprì e l’appoggiò con cautela a terra, accanto alla lucertola. L’animaletto vi si infilò e ne uscì velocemente stringendo fra i denti una mosca morta che si portò su, lungo la parete dell’abitazione, fino a sparire fra i recessi del tetto. Il signor Okazaky la seguì con lo sguardo, sorridendo soddisfatto, si chinò, raccolse la scatoletta, la richiuse e la intascò, riprendendo la strada. In breve arrivò all’ultima casa di quella via, all’abitazione della signora Kimiko Adachi, la sarta dalle mani d’oro, l’artista che aveva cucito, ricamato e dipinto i più bei Kimono di tutto il Giappone. Lì, il signor Okazaky si fermò ancora una volta. Prese dalla tasca l’ultima Kokeshi appena ultimata, spinse la porta, entrò e posò la bambola con estremo rispetto nel luogo da cui lo sguardo poteva spaziare oltre la parete scorrevole verso la campagna e il bosco, nel punto esatto in cui la Signora Adachi si sedeva per ammirare la natura e farsi ispirare dai suoi colori che poi riversava nei sui Kimono. Soddisfatto del luogo scelto, il signor Okazaky fece un profondo inchino e uscì di casa, girò a destra, costeggiò lo spigoloso caseggiato in cemento armato, silenzioso e vuoto testimone dell’ultima incursione nemica e proseguì lungo il torrente, arrivò al ponte di giunco, lo attraversò e imboccò il sentiero che portava a casa sua con un accenno di sorriso sulle labbra. Aveva ultimato un’altra strada. Molte gliene rimanevano, per ridare un abitante ad ogni abitazione, ma molte erano anche le Kokeshi già abbozzate. Per di più, da qualche settimana quella lucertola gli aveva portato una promessa di vita e la notte prima gli era parso di udire il cinguettio di un usignolo. Aveva fede che prima di ultimare le Kokeshi, un giovane avventuroso, superstite come lui, lo avrebbe raggiunto da qualche altro villaggio per imparare la sua arte.

 

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