“Antica macchia di sangue” di Elda Cortinovis

Quando voleva riposare davvero, Mirco si rifugiava sempre nella stanza del nonno. Non cercava altro che un po’ di tranquillità per ripercorre con il pensiero i racconti che nonno Piero gli aveva fatto quando era piccino. Li ricordava così vivi perché al nonno le parole forti non mancavano mai. Se parlava di morte non ci girava intorno, diceva assassini al posto giusto, massacro quando ci voleva e sangue che sgorgava, se necessario. La guerra era passata anche da lì, attraverso quelle Langhe dove al mattino la nebbia ti avvolge e ti fa scomparire. Ci sono stati anni in cui con la nebbia era scomparso anche il sorriso e con esso la voglia di vivere.

La stanza era rimasta intatta con il letto novecento e la specchiera di fronte che rifletteva la coperta consumata da sonni ormai lontani. Era stata una pace apparente da quelle parti, dove la vita di campagna procedeva tranquilla, si beveva buon vino e il pane veniva sfornato ogni mattina. Poi, tutto d’un tratto, era cambiata ogni cosa. Di corsa entrarono in quella casa uomini armati, ma impauriti, e con un dolore in faccia che trapassava chi gli stava davanti.
Li hanno nascosti per giorni e il nonno ripeteva alla nonna: “Meglio morire giovani con l’anima bianca, piuttosto che soffrire all’inferno”. La nonna annuiva e nella botola, sotto il pavimento nascondeva tutti, senza discutere mai. La guerra, l’aveva portata via presto. Quando entrarono il nonno era lontano, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti per tutti. Con prepotenza sbatterono al muro giovani, vecchi, bambini.
Spararono senza pietà e senza aspettare neppure il comando.
A Mirco glielo aveva raccontato il nonno che, sulla via del ritorno, aveva sentito gli spari e nessun lamento. Non li avevano lasciati neppure gridare dalla fretta di farli morire.
Nel silenzio più assoluto, quello che accompagna la morte, si era gettato su quei corpi, straziato dal dolore. Quanto aveva desiderato morire anche lui in quell’istante.
Poi, inaspettato, il sole aveva bucato la nebbia e un raggio aveva colpito quel muro macchiato di sangue e lì lo aveva fissato per sempre.
Il nonno accasciato ai piedi di quel groviglio di corpi senza vita, udì un gemito che non gli parve neppure reale. Non si sa come, e neppure è importante saperlo, ma sotto a tutti, una piccola mano si muoveva ancora: “Antonia, Antonia, Antoniaaaa… ”, urlava il nonno e non avrebbe mai smesso di gridare, se non fosse che il fiato gli serviva per spostare i corpi e riportare alla luce la vita.
Mia madre, Antonia, quando il nonno è morto mi ha abbracciato forte e mi ha sussurrato che con lui se ne andava tanto dolore, ma non quella macchia di sangue, ormai antica, perché ancora piena di ricordi.

 

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