“Devono aver suonato alla porta” di Bruno Barcellan

Devono aver suonato alla porta, anche se a volte mi sembra di sentire il campanello quando invece non c’è, non è che mi immagino il ring-ring perché voglio che suoni, anzi, penso proprio che a tradirmi sia la paura che arrivi qualcuno. Quando credo di sentirlo, guardo subito la strada dalla finestra, restando nascosta dalla tenda e, se non vedo nessuno, respiro. Questa volta mi sa che invece è vero. Sono le nove, ho appena finito di mangiare, guardo la tv, non è ancora tardi per dire che già ero a letto, tra poco è buio e da fuori si vedono le luci del salotto, uffa!
Se ci fosse, andrebbe lui ad aprire. Sono questi i momenti in cui più mi manca. Doppiamente. Perché mi sento sola e fragile e perché fuori c’è il tramonto. Lo vedo da qui, seduta immobile sul divano, inchiodata con la paura d’alzami. Un tramonto rosso sangue bruciato, una strana luce, niente orizzonte, niente terra, solo cielo. Mi ricorda una batteria caricata oltre il limite, come quella che ho visto dal meccanico al controllo dell’auto, la batteria ha fatto delle scintille e poi è esplosa. Mi sembra che a ogni tramonto, questo in particolare, debba succedere qualcosa che nessuno è in grado di prevedere. E poi è come se mi arrivassero messaggi morse dalle foglie dell’albero agitate dal vento: fanno ciao ciao e lasciano passare la luce a tratti, vogliono dirmi qualcosa, forse vogliono avvisarmi.
Suonano ancora, ho lasciato passare troppo tempo, non posso andare alla tenda a guardare di nascosto perché la mia ombra si vedrebbe. Come sono vestita? Non troppo bene, questa macchia sulla manica è grossa, dovrei cambiarmi. Suonano ancora. Ok, ho capito, adesso arrivo. Mi alzo e prendo gli scalini che portano giù, accendo la luce esterna, apro la porta: nessuno!
Guardo un po’ in giro, in strada non c’è neppure un passante.
Forse mi sono ancora immaginata il campanello, eppure questa volta mi sembrava vero, non importa, meglio così. Spengo la luce e torno contenta al mio divano. Però l’agitazione è rimasta, e il film è andato avanti, mi concentro a guardarlo, non è bello ma mi impegno lo stesso. Dopo un po’ io e la mia macchia torniamo a essere le stesse di prima, racconto a lei come va a finire il film, tanto si capisce. Ma il campanello suona di nuovo, ancora. Adesso vado giù veloce che voglio proprio vedere, non accendo neppure la luce, apro la porta: nessuno! Forse sono i ragazzini che fanno gli scherzi. Speriamo. Mi sto inquietando, devo stare tranquilla. Dovrebbero inventare i campanelli che si possono staccare, come il telefono.
Torno su, ci sono i titoli di coda, non saprò mai davvero come finisce il film, la macchia è delusa, sta facendo una smorfia. Non è colpa mia, sono i ragazzini! Ma lei non mi perdona. Spengo la tv e anche le luci. Mi apposto alla finestra a guardare, forse li vedo anche se fuori è buio. Per un po’ rimango così, come un segugio. Poi mi distraggo, guardo le case attorno, qualche finestra è accesa, non vedo nessuno dentro, solo un lampadario, una libreria con dei libri, il soffitto in legno di un ultimo piano, ho sempre amato i soffitti in legno, secondo me danno calore. Guardo le case, e guardo la mia casa, immagino di vederla da fuori, dall’alto, come se a guardarla non fossi io ma una bambina, una bambina gigante che guarda la mia casa come fosse la sua casa di bambole, il suo giocattolo, con me dentro, la sua bambola inanimata fatta solo per star dentro il giocattolo. Immagino la sua mano enorme che entra dalla finestra e mi afferra, facendo di me quello che vuole come si fa con un giocattolo, che spesso viene rotto anche senza volere.
Poi inizio a pensare ad altro, ovviamente penso a lui, quando non so che fare ci penso, anche se mi fa male. Potrebbe essere stato lui a suonare, forse voleva dirmi qualcosa, voleva vedermi ma ha cambiato idea e si è nascosto. Poi ci ha riprovato e si è nascosto ancora. Adesso potrebbe essere dietro quell’albero, vedo qualcosa, un’ombra. Rimango immobile a fissarla, non si muove. Più la guardo e più mi sembra di vedere qualcuno, ma forse mi sbaglio e non c’è niente. Allora dico basta e vado in bagno, apro l’acqua della vasca, metto i sali, quelli che mi piacciono tanto. Mentre l’acqua calda scorre, vado in cucina, sul ripiano in alto dovrebbe esserci ancora una bottiglia di vino delle sue.
Sì, c’è. La apro, prendo uno di quei calici grossi e larghi, dal bagno sento l’acqua che gorgoglia, significa che ha raggiunto un buon livello. Porto con me la bottiglia e il bicchiere, non devo romperlo che poi lui si arrabbia, ne ha comprati due quella volta, costavano.
L’acqua della vasca è tutta blu per via dei sali, forse ne ho messi troppi, con la mano li mescolo un po’, il profumo mi piace. Appoggio il calice sul bordo della vasca, lo riempio di vino, poggio la bottiglia per terra a portata di mano. Chiudo l’acqua: può bastare. Poi inizio a spogliarmi, lascio aperta la porta del bagno, mi immagino che ci sia lui a guardarmi dall’altra stanza, al buio. Allora procedo con calma, lascio i vestiti sul tappeto, sono nuda. Lo specchio è già appannato e non posso vedermi riflessa, meglio, così mi immagino più bella di quello che sono. Metto un piede in acqua, scotta un po’, ma non importa, chiudo gli occhi e mi immergo per intero, basta resistere i primi secondi e poi ci si abitua. È così. La mia pelle diventa tutta rossa, mi muovo piano, ho solo la testa fuori dall’acqua, la appoggio indietro e chiudo gli occhi. Non sono una bambola, sono viva, la pelle scotta. Avrei dovuto portarmi un po’ di musica, ma adesso è troppo tardi, sono già dentro. Apro gli occhi, prendo il calice, bevo un sorso, mi piace, ci voleva. Chiudo di nuovo gli occhi, mi rilasso. Immagino lui nell’altra stanza, ora entra in bagno, senza far rumore, mi guarda, pensa che non mi sia accorta di lui, fingo che sia così. Poi si avvicina alla vasca, si inginocchia e appoggia le braccia sul bordo, mi guarda con rimpianto. Io rimango immobile fingendo di dormire, lui allunga una mano, prima sfiora la superficie dell’acqua, sta per toccarmi le labbra, quasi lo sento.
Squilla il telefono. Davvero. Apro gli occhi, lui ovviamente non c’è, il telefono continua a squillare. Non ho idea di che ore siano, ma è tardi. Mi torna tutta l’inquietudine di prima, il telefono squilla. Mi alzo, esco dalla vasca, prendo un asciugamano e mi ci avvolgo, il telefono continua. Esco dal bagno a piedi nudi, lascio delle impronte d’acqua sul pavimento, arrivo in sala e prendo la cornetta: nessuno!
Ho detto pronto, hanno messo giù appena mi hanno sentito. Chi era? Era lui?
Forse ha pensato di parlarmi, poi non ci è riuscito. Potrei chiamarlo al cellulare, ma se non era lui? Rimango così a pensare, con la cornetta in mano, faccio gocce sul pavimento. Adesso ho un po’ freddo, rimetto a posto il telefono, anzi no, lo stacco, non vorrei che chiamasse ancora. Torno in bagno, appoggio l’asciugamano, entro nella vasca, mi bevo tutto di un fiato quel che rimane nel bicchiere. Sento il mio cuore che batte come batte la goccia che cade dal rubinetto. Ho paura, vorrei fosse stato lui, ma allo stesso tempo non lo vorrei. L’acqua è un po’ fredda, allora apro il rubinetto di quella calda, all’inizio non lo è, ma poi arriva, la lascio scorrere finché non sento più freddo. Forse adesso lui sta chiamando ancora, trova occupato, chissà che pensa. Faccio scivolare la testa sott’acqua, riesco a stare tutta sommersa, sento il mondo ovattato, immobile ascolto la goccia regolare che cade.
E se fosse che mi ama ancora, e che mi odia, di quell’odio che nasce dall’amore che muore?
Se fosse lui ad aver suonato, più volte alla porta e poi al telefono, per sapere se ero in casa? E se fosse che è nascosto dietro l’albero, vestito di scuro, il suo sorriso bianco, la mano in tasca gingilla il doppione della chiave che di nascosto s’è fatto prima di restituirmela. E se fosse che ora sale le scale e apre piano la porta. Da qui non lo sentirei. E se fosse già entrato vestito di scuro e un paio di guanti. E se fosse che cerca nello scaffale il libro che m’ha regalato il giorno del mio compleanno, lo rivuole indietro perché non me lo merito, e ora lo strappa con le sue mani forti capaci di torcere qualsiasi cosa, anche un collo. E se fosse che cerca in cucina la sua bottiglia di vino, vuole bere per darsi coraggio per quel che deve fare, ma non la trova perché l’ho presa io, e si arrabbia di più. E se fosse che le cose che ci siamo promessi erano un patto da dover rispettare e io non l’ho fatto. E se ora è dietro la porta del bagno e mi guarda senza che io possa vederlo. E se ora entra e io non lo vedo perché tengo gli occhi chiusi. E se fosse che quando riemergo dall’acqua subito lui mi schiaccia sotto senza mollare la presa, io mi dimeno, apro gli occhi, lo vedo, il suo sorriso bianco, il suo sguardo che non mi vede perché guarda lontano un passato in cui io l’amavo e lui amava me.
E se fosse che ora dovrei proprio respirare, ma ho troppa paura per farlo?

 

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