“La nota perfetta” di Patrizia Rossini

“E com’è andata a finire?”, chiese il bimbo sgranando gli occhi colmi di curiosità e dimenticandosi di secchiello e paletta abbandonati sulla sabbia in quell’oasi di finta spiaggia in pieno centro città. “La tua amica ce l’ha fatta a trovare la nota perfetta?”
“Non lo so”, rispose l’anziana signora riprendendo il lavoro a maglia, “non l’ho più rivista da allora e sono passati molti anni. Ma se vuoi, questa notte potrai chiederglielo”.
“Non posso”, il bimbo scosse la testa categorico, “la mia mamma non vuole che vada in giro di notte. La notte devo dormire”.
“La tua mamma ha ragione, di notte si dorme, ma si può anche sognare, no? E quando si sogna si può andare dove si vuole.”
Il bimbo riprese a giocare distrattamente con secchiello e paletta, mentre rielaborava le ultime parole dell’anziana donna intenta a sferruzzare di tutta lena.
Quando il bimbo sollevò lo sguardo con una domanda negli occhi, lo fece anche la donna, in perfetta sintonia e gli sorrise annuendo con la testa.
“Ci possiamo andare insieme se ti fa piacere”, lo tranquillizzò.
Si trovarono a mezzanotte precisa, mentre dal campanile scoccava il primo rintocco. Si videro da lontano, ognuno immerso nella propria bolla di sapone colorata e iridescente e si fecero grandi gesti di saluto. Il bimbo si mise a correre nella sua bolla che prese a rotolare in direzione dell’altra bolla, mentre l’anziana signora che era stata seduta impettita a sferruzzare sulla panchina per ore quasi fosse ingessata dall’artrite, si mise inaspettatamente a saltellare. Ogni volta che il salto la spingeva verso l’alto, la bolla si allungava in un bozzolo e quando ricadeva verso il basso, si appiattiva ai poli, in un cambio continuo di forma e colori che la spinsero verso la bolla del bimbo. Non si incontrarono, si scontrarono invece, rimbalzando morbidamente e entrambi finirono a gambe all’aria per il contraccolpo, ridendo come matti. La cosa piacque loro talmente tanto che lo rifecero molte volte, spingendosi spalla contro spalla, testa contro testa, piedi contro piedi e ogni volta che ricadevano ridevano fino alle lacrime. Provarono anche a mettersi a braccia e gambe aperte, a spingere fuori dalla bolla mani e piedi, a fare la ruota, ad agganciare altre mani spuntate da altre bolle comparse a ridere con loro. Al secondo rintocco di campana videro Hisako Furuta, la vecchia amica dell’anziana signora, anche lei nella sua brava bolla multicolore e anche il bimbo la riconobbe subito, benché non l’avesse mai vista prima.
“Ciao, Hisako”, le sorrise la vecchia amica, “questo bimbo è curioso di sapere se hai poi trovato la nota perfetta”.
Hisako Furuta abbassò i sottili occhi a mandorla sul bimbo che aveva gli stessi occhietti a virgola e gli sorrise mentre lo accarezzava con la sua bolla.
“Come hai fatto a ricordarti di me?”, chiese Hisako alla vecchia amica, “Dopo tutti questi anni!”.
“Perché non ho mai dimenticato la tua voce”, rispose la donna.
“Non era poi così bella”, commentò Hisako.
“Questo è vero”, confermò la donna e Hisako sollevò lo sguardo sorpresa da tanta franchezza. SI era aspettata un cortese: ma no, cosa dici?, “Ma credo anche che alla fine tu l’abbia trovata la nota perfetta, non è forse vero?”, chiese ancora la vecchia amica con un sorriso malizioso.
Hisako Furuta fece un profondo inchino alla sua saggezza e sorrise.
“Credo proprio che tu abbia ragione”, ammise.
Passarono molti rintocchi di campana a chiacchierare dei vecchi tempi, mentre il bimbo si divertiva a saltare con la sua bolla dentro la bolla della vecchia signora e fuori dalla bolla della sua amica, mentre altre bolle intorno rimbalzavano, chi di qui, chi di là, chi su, chi giù, riunendosi a grappolo, inglobandosi in altre bolle, scoppiando in miriadi di fuochi artificiali per ricomporsi istantaneamente in altre forme e altri colori, anche se su tutte regnava il suono delle risate di chi le occupava.
Al decimo rintocco della campana le bolle si salutarono, scambiandosi la promessa di ritrovarsi presto.
All’undicesimo, l’anziana signora e il bimbo si ritrovarono al parco in centro città, lei intenta a sferruzzare e lui a costruire il suo castello di sabbia.
“Akira, raccogli le tue cose, è ora di tornare a casa”, una giovane donna si alzò dalla panchina alle spalle del bimbo, infilando uno spartito nella borsa a tracolla. Dal campanile era scoccato proprio in quel momento il dodicesimo rintocco.
Raccolto secchiello e paletta, il bimbo le si mise al fianco obbediente. Quando infilò la manina in quella della madre, lei gli indirizzò un sorriso pallido e distratto.
“Non preoccuparti per la lezione di oggi, mamma”, lui glielo ricambiò luminoso, “la nonna sa che la nota perfetta l’hai già trovata”.
La giovane si fermò stupita fissando il figlio.
“La nonna?”, chiese, “E cosa ne sai tu della nonna? Se ne è andata prima che tu arrivassi!”.
“Era l’amica di quella signora là”, disse il bimbo accennando a qualcosa alle sue spalle. La madre si volse, si guardò intorno e vide una panchina vuota.
“Quale signora?”, chiese.
Anche il bimbo si volse e vide un’anziana signora in una soffice bolla di sapone iridescente, appoggiata sulla panchina, tutta intenta a sferruzzare; la vide sospendere il lavoro per un istante, fargli un sorriso e sollevarsi morbidamente verso il cielo come solo le bolle di sapone sanno fare.
“Mi ha detto che tu eri la sua nota perfetta e io sono la tua. Così mi ha detto. Cosa voleva dire, mamma?”

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