“Mancavano le finestre” di Elda Cortinovis

Era sempre stato il profumo del caffè a svegliarla al mattino. Una fragranza rassicurante che si propagava in tutta la casa e arrivava alle narici puntuale: ore 7.00.
L’aroma l’avvolgeva ed entrava in lei; era il profumo della sua casa. La casa in cui era cresciuta, dove nulla per lei era un segreto. Stava bene lì, si sentiva al sicuro; era l’unico posto in cui riusciva a liberare il suo corpo da tutte le tensioni e con il sapore del caffè ancora in bocca iniziava la sua giornata. Lo sorseggiava in cucina, al tavolo con lei, sedeva per qualche minuto anche il padre, prima di coricarsi dopo il turno di notte.
Si era fatta alta e quando la mamma la stringeva a sé non perdeva l’occasione per misurarsi: “Ti ho quasi raggiunta, appena avrò 16 anni, quindi tra due mesi, sarò alta come te”, cercava l’abbraccio della madre, ne traeva una grande energia, era il suo rito del mattino. La mamma sempre presente e pronta a raccoglierla ad ogni caduta.
“Sono diventata grande, lasciami un po’ da sola. Non hai niente da fare oggi? Devi per forza stare a casa tutto il giorno? Voglio vivere la mia vita!”
“Perché gridi così? Ti sei forse dimenticata che solo due giorni fa sei andata con Monica a fare un giro in piazza, tu e lei senza scorta… come la chiami tu?”
Monica, la sua migliore amica. Si conoscevano solo da due anni, era arrivata in classe da loro e le si era seduta accanto. Si parlarono subito senza barriere e dopo alcuni giorni aveva accettato l’invito a casa sua. Si sentiva bene con Monica, sapeva raccontare tutto quello che faceva minuziosamente affinché anche lei lo vivesse in prima persona. Era allegra, spensierata. A volte esagerava: due giorni prima erano state davvero in piazza, ma ci erano arrivate in scooter. Abbarbicata a cavalcioni le si era attaccata dietro, stretta stretta, e Monica l’aveva portata per le vie secondarie, prendendosi il rischio di incontrare i vigili. Se l’avessero saputo i suoi genitori certamente non l’avrebbero lasciata più uscire per chissà quanto tempo. Non disse nulla, naturalmente. Era una sensazione di libertà fantastica, che voleva ancora assaporare.

Lasciava la cucina strisciando contro le pareti; rabbrividiva nel sentire il muro rivolto a nord che, intervallato dalle finestre, conduceva alla parte notte, mentre il legno sotto i piedi, accoglieva con il suo tepore le dita, una per una.
A talloni leggermente sollevati, raggiungeva la sua stanza e si infilava, ancora una manciata di minuti, nel letto. Trovava che fosse una bella camera, non l’aveva scelta, era sempre stata la stessa fin da piccola. Trascorreva là dentro moltissime ore e ne aveva studiato ogni angolo. Se qualcuno osava spostare le sue cose erano urla a non finire: “Mamma, dove hai cacciato il mio ipod, te l’ho detto cento volte che non me lo devi toccare!”.
“È lì, a destra del computer, sul tavolo”, gridava dalla cucina sua madre.
“Chi ti ha detto di spostarlo, uffa! Cosa ti costa lasciarlo dove lo metto io?”

Sul letto aveva posato in fila quattro cuscini, leggermente sovrapposti. Li sfiorava; ognuno aveva la sua funzione. Quello morbido e peloso la coccolava mentre leggeva e la consolava raccogliendo lacrime nei momenti di crisi; quello in cotone era perfetto come sostegno del computer quando, a gambe incrociate, studiava sul letto. Quello in velluto lo usava solo per fare ginnastica, se lo metteva sotto la schiena per gli esercizi a terra.
Il più amato era quello con il tessuto ruvido ed irregolare, shantung, così lo aveva chiamato suo fratello che di stoffe se ne intendeva perché lavorava in un’azienda di divani.
Forse era il nome del tessuto che lo rendeva un cuscino speciale; le evocava paesi lontani, suoni e profumi orientali. Si era fatta un’idea dell’India e aveva cercato sul mappamondo bidimensionale dove fosse. Una terra così lontana e così affascinante. Sua madre le aveva promesso che appena possibile avrebbero fatto quel viaggio tutti insieme, intanto le aveva regalato un magnifico audiolibro che rispondeva a tutte le sue curiosità.
“Quando ci andremo, sarai tu a farci da cicerone. Sei sempre attaccata a quel libro, magari studiassi tutte le materie con la stessa passione”.
Viaggiare, come le piaceva! Sapeva benissimo che i suoi genitori dovevano fare un po’ di sacrifici per regalarle anche solo una gita di un giorno, ma era così importante per lei. Si arricchiva di sensazioni, di idee, di visioni. Per questo i souvenir e gli oggetti raccolti nel tempo avevano nella sua stanza un posto speciale. Con ordine li riponeva sugli scaffali dietro alla testata del letto, così quando voleva ne afferrava uno e sognava.
La gondola di metallo gelido, che le ricordava l’odore dell’acqua salmastra dei canali di Venezia: c’era stata qualche anno prima, una gita meravigliosa dove, passo dopo passo, aveva ricostruito la mappa di quella affascinante città sull’acqua.
“È incredibile, abbiamo in mano tutte e due una mappa e siamo riuscite a perderci lo stesso. Ti ricordi che di qua ci siamo già passate?”
“Non mi sembra, aspetta che leggo la via, Calle Zen… non mi ricordo.”
“Ma dai mamma, non senti questo profumo di baccalà appena cucinato? È lo stesso posto di prima, dammi retta, siamo già passati da qui. Anzi, perché non ci fermiamo a fare uno spuntino?”
Aveva il divieto assoluto di avvicinarsi ai canali, se sorpassava una linea immaginaria di sicurezza, sua madre gridava: “Attenta! Fermati, non muoverti”, ma lei non le dava sempre retta; osava qualche passo in più, desiderava provare quella sensazione di brivido.
Il ventaglio, aperto, era intarsiato e dipinto certamente a mano. Sulla bancarella a Madrid ce ne erano tantissimi, ma la corposità della tempera con cui questo era dipinto lo si distingueva da tutti gli altri; aveva in leggerissimo rilievo alcuni petali.
Toccava intensamente ogni ventaglio fino a cogliere nell’intimo del cuore un’emozione: “È E’ bellissimo, hai scelto il migliore, ma come hai fatto?”.
“Sarà il mio innato senso del gusto! Lo sai benissimo come faccio, ogni volta ti meravigli. Sembra che ti dimentichi come sono”.
“Perché come sei? Sei una bella ragazza, intelligente, amata?”
“Sono diversa ed è anche colpa tua, tua e del papà”, l’affrontava di petto, ma poi se ne pentiva, “ti voglio bene mamma, lo so che non centri”.

Un giorno alla settimana arrivava zia Rina a trovarla. Lavorava a maglia tutto il tempo, le si sedeva accanto e le raccontava la sua giornata. Alcune volte il filo del suo lavoro le sfiorava il braccio e le faceva solletico. Reagiva ogni volta come se a posarsi fosse una mosca da scacciare. Aveva il dubbio che zia Rina lasciasse di proposito il filo lungo e si divertisse a vedere la sua reazione. Ieri aveva detto alla mamma: “Mi preoccupa quella ragazza, è sempre così silenziosa”. Non era silenziosa, solo aveva bisogno di ascoltare con attenzione e di unire il puzzle delle informazioni con precisione per poterle utilizzare al momento del bisogno. Snocciolava le parole una per una; c’erano suoni che la rallegravano come “forza, destrezza, dolcezza” e altri che detestava, soprattutto se a pronunciarli era qualcuno che si rivolgeva a lei: sbrigati, veloce, dai… ”.
Quando la zia sussurrava alla mamma cose che la riguardavano, andava su tutte le furie; non sopportava i bisbigli, né quelli delle sue compagne seguiti da un toc secco di gomitata né quelli dei genitori che al figlio velatamente dicono “non fissarla”, come se lei potesse notarlo. Il bisbiglio, pensava, è difficile da captare e presume il fatto che non ci si voglia far sentire e il più delle volte esterna un comportamento vile. Adorava invece il bisbiglio della ninna nanna, che la sua mamma qualche volta le cantava ancora.
Si sentiva forte. Aveva voce per poter urlare e orecchie per accogliere tutti i segnali. La sera amava suonare il piano, ascoltava Chopin e poi ricercava sulla tastiera le note, le espressioni e i colori, che davano anima alla musica. Non le importava un’esecuzione tecnica perfetta, voleva che la musica la facesse vibrare. La testa le si riempiva in un attimo di macchie calde, tiepide, fredde, in continuo movimento e tutto ciò che la circondava prendeva forma. Avrebbe voluto danzare. Aspettava che qualcuno la prendesse per mano e la facesse ballare. Sognava di incontrare il grande amore, quello che leggeva nei libri e su cui fantasticava. Ascoltava le sue amiche raccontare dei primi baci e desiderava intensamente vivere anche lei quei momenti: “Non piacerò mai a nessuno! Mamma, ma io sono bella?”.
“Sei bellissima ed incontrerai il tuo amore”, rispondeva lei controllando la voce, ma il suono strozzato dal groppo alla gola era già arrivato alle orecchie di Sara.
Si sentiva come i piccoli fiori dell’Olea Fragrans, di cui rincorreva il fugace profumo nei giardini in autunno: giallo tenue. Così le diceva sua madre. Si sentiva completa, quasi. Solo mancavano le finestre, per guardare al di là della sua immaginazione.

 

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