“Non te la racconto la mia storia” di Bruno Barcellan

Non te la racconto la mia storia, non la capiresti.
Anche se ti dicessi tutti i particolari, ma non è colpa tua.
Perché bisogna viverle certe cose.
E poi sono stanco e la mia storia, ormai, mi è venuta a noia.
Appena mi hanno messo qui, dopo il processo, avrei voluto dire a tutti che non era giusto, o almeno che erano troppi gli anni che mi hanno dato. Ma non ci riuscivo, non riuscivo a parlare e neppure a pensare. Speravo sempre che, da un momento all’altro, arrivasse un giudice a dirmi che si erano sbagliati, che potevo uscire, tante scuse e una stretta di mano.
Dopo qualche anno ho smesso di sperarci ed ho ripreso a parlare, non facevo altro a quel tempo. Raccontavo a tutti di quando stavo fuori, era un modo per riviverlo e non dimenticarlo, ed era anche un trucco per non pensare alla vita di ogni giorno in carcere.
Adesso sono tornato a non dire nulla, ma è diverso.
Ad esempio ora sto parlando con te.
Però le mie parole non sono per tutti, bisogna meritarle.
Cosa mi dai in cambio? Sigarette? Un libro? Un bacio?
Mi basta anche un sorriso, mi accontento di poco.
Puoi raccontarmi anche un segreto, che i segreti allungano la vita, anche la mia.
Ed io posso dirtene un po’ dei miei, li ho scoperti, non te lo immagini quante cose s’imparano qui, cose che prima non sapevo e non avrei mai potuto sapere.
Perché qui dentro le persone non sono come fuori, sono diverse, sembrano in coma, ma non è così, quando meno te l’aspetti, tornano vive, più vive di quanto siano mai state.

Un segreto è che c’è un commercio fra noi detenuti, di foto.
Non è quello che credi, ma sono comunque foto di donne.
Sono le foto segnaletiche delle condannate, quelle che stanno nel braccio femminile. Non dirlo a nessuno. Dal vivo non le abbiamo mai viste, ma ognuno ha la sua collezione di foto, come si fa con le figurine degli atleti. Ce le scambiamo, ce le giochiamo, ci sogniamo sopra la notte. Sono solo le facce, non sono bellissime, ma sono vere, per quel che possono. Fanno pensare, fanno pensare ad una vita, non troppo distante dalla nostra, di un cuore di donna, in un corpo di donna, con cui parlare, con cui fare altro, ma almeno sono donne che potrebbero forse capirci, se solo potessero conoscerci.
Ognuno ha la sua preferita e la porta con sé dentro la giacca, dentro il cuore. Perché le persone vere che stanno fuori, o si sono dimenticate di noi, o sono ancora troppo vive per pensare a loro senza rancore o senza dolore.
Per una sigaretta ti mostro la mia donna, la vuoi vedere?
Bella vero, si chiama Manuela, nome inventato, ovviamente, ma ha la faccia da Manuela, io credo.
Ora la metto via, altrimenti si sciupa.
E questo è solo uno dei segreti che conosco. Ce ne sono tanti altri.
Ad esempio ho scoperto che anche noi abbiamo un’anima.
Vuoi sapere come ho fatto? Quando me ne sono accorto?
È stato in una giornata di freddo glaciale, non so di quanto sotto lo zero era andato il termometro.
Ma questo segreto non è gratis, se vuoi conoscerlo devi darmi qualcosa in cambio.
Ecco, mostrami il contenuto della tua borsetta, rovescia tutto sul tavolo.
Si, così. Non deve rimanere nulla dentro. Cos’è quello?

Era una giornata freddissima, malgrado questo eravamo in molti fuori in cortile.
Passeggiavamo, imbottiti di vestiti, sotto un sole limpido che faceva male gli occhi e non scaldava abbastanza. Non parlavamo, non stavamo fermi un attimo, facevamo su e giù veloci e in modo meccanico come giocattoli caricati a molla.
Il fiato ci usciva dal naso e formava una nube grande la metà di noi, poi spariva.
Ad ogni respiro, ad ognuno di noi, si formava questa nube, poi cessava, sembrava che venisse subito risucchiata dentro, assieme all’aria gelida, ogni volta che si inspirava.
Era questa la nostra anima, venuta allo scoperto. Tentava sempre di uscire da noi, ma, legata, tornava dentro. Poi riandava fuori, verso l’alto, verso il cielo dove voleva andare, e poi di nuovo dentro, senza fine. Non aveva pace.
Le nostre anime in pena che volevano fuggire, quel giorno le vidi e da quel giorno so che ci sono.

Anche di un posto voglio raccontarti. Abbiamo qui una palestra dove fare esercizi. Ma non è la palestra che conta, sono le gradinate attorno. Tre file di blocchi di cemento, tre gradini enormi dove ci si siede e si aspetta. Chi arriva per primo si siede e aspetta. È un modo per dire che si è disposti a parlare. Come se fossimo preti pronti per chi vuole.
Chi arriva dopo, o si siede da solo e fa il prete, oppure si mette affianco di qualcuno già seduto e gli fa la sua confessione. Ognuno sceglie il suo prete, ma ogni prete non può scegliere: chi arriva, arriva. Inizialmente si parla del tempo, poi di quel che succede, le novità del momento. È un modo per cominciare. Poi si abbassa la voce. Spesso si sceglie un prete che non si conosce, non direttamente. Sono confidenze gratuite che lasciano il tempo che trovano. Nessuno può parlare in giro di quel che si dice su questi gradini. Di solito i preti sono sempre gli stessi, hanno imparato ad ascoltare, è un’arte che si apprende col tempo. Io sono uno di quelli. Dico poco o niente. Basta un suono per far capire che si è capito. Basta qualcuno che ascolti. Basta buttar fuori quel che si ha dentro. Poi finisce. Come se non ci fosse mai stato.

A volte mi vedo con la mia divisa arancio, ed anche gli altri. Sembriamo tanti monaci del Tibet, e il carcere è un tempio distante da tutto.

Un altro segreto? Ok, per questo non voglio niente in cambio.
Quando uno arriva qui, all’inizio lotta con le sbarre e le prende in mano, spesso le scuote, comunque le stringe forte, con rabbia.
Col tempo, con le sbarre impara a conviverci e non le serra più con i pugni, ma ci fa passare le mani dentro e appoggia i polsi sui ferri orizzontali che le tengono unite a metà altezza. A volte si mettono le mani rivolte verso il basso, questo è un segno di resa, significa che possono fare di te tutto quello che vogliono, non importa. Quando entro nella mia cella non manco mai di guardare, lungo tutto il corridoio, lo stato delle mani appoggiate fuori dalle sbarre. Così capisco la situazione di ognuno. Le mani sono come bandierine segnaletiche dell’umore. Quelle che serrano le sbarre, quelle rivolte verso il basso e quelle che, invece, guardano verso l’alto. Queste sono come le foglie delle piante che vogliono la luce e l’acqua dall’alto, cercano nutrimento, cercano qualcosa.
Solo che siano così girate, io credo, qualcosa l’hanno trovato, malgrado tutto.

Anch’io ho trovato qualcosa, qualcosa che viene da fuori, solo immaginata, ma c’è.

Sai come faccio ad uscire di qui ogni volta che voglio?
Non è facile, ci vuole un sacco di tempo, ma basta aver pazienza.
Fingo di dormire, invece osservo le sbarre della mia cella.
I raggi di sole che arrivano dal lucernario, la mattina, colpiscono le sbarre e fanno tante linee d’ombra sul pavimento, imprigionate come me. Prima sono lunghe, poi, man mano che il sole si muove, diventano sempre più corte fino a che la luce passa per la finestrella della mia cella e così passano dall’altra parte queste ombre e diventano libere. Il trucco è seguirle, immedesimarsi completamente in loro e seguirle, così anch’io riesco a superare, lentamente, le sbarre che mi tengono dentro, fino a quando non mi tengono più, ed io sono fuori, finalmente fuori, dove posso andare dove voglio.
Ok, è solo un’illusione la mia, ma a me basta, mi basta l’idea.
Non lo so cosa farei se potessi uscire, forse andrei in un bosco, o in cima ad una montagna, o nuoterei nell’oceano con le onde così alte che nessuno avrebbe il coraggio di fare il bagno, ma io si, io non avrei paura, so che lo farei, a costo anche della vita.
Perché a volte penso che non è vita questa, mi capita quando sono proprio giù, a volte succede.
Ma sono forte io, non ti preoccupare, poi mi riprendo sempre.
Ti preoccuperesti poi, tu, per me?
Quando questa sera tornerai a casa, al tuo letto che si può chiamare letto, ti preoccuperai tu per me? Dopo tutto quello che ti ho detto, sarei qualcosa per te, qualcuno? Qualcuno per cui preoccuparsi? E non solo una storia, un articolo?
Dimmi che è così, anche se non è vero.

 

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