“Grazia” di Maria Chiaramonte

Grazia cammina con il suo vestitino a fiorellini blu, scendendo dalla strada acciottolata di casa sua, sta andando dalla sua “mastra”, Zì Carmela, per imparare il mestiere di sarta.
È già quasi estate e a quest’ora, le tre del pomeriggio, il sole è alto, l’aria tutt’intorno è calda come in un enorme forno. La luce accecante e la buona creanza le fanno tenere gli occhi bassi, sulla strada.
È assorta nei suoi pensieri mentre attraversa quell’angolo di paese vuoto dalla siesta del dopopranzo.
Sta pensando alla sfuriata che le hanno fatto sabato, dopo che l’amica parrucchiera le ha tagliato i capelli corti, alla moda. Avrà anche fatto un colpo di testa, ma il padre e i suoi fratelli, l’hanno trattata davvero come una pezza da piedi: le hanno detto che sembra una buttana come quelle del cinema o quelle delle riviste che si comprano in piazza la domenica mattina. Sua madre non ha detto niente, l’ha guardata severa, delusa: sembrava di pietra. Ha mormorato che non doveva buttare i soldi a comprare i giornali del demonio, che doveva pregare Gesù di farla stare tranquilla e magari cominciare a pensare di sposarsi Calogero, quel bel ragazzo alto che fa il muratore e che ”la vuole”. Le ha detto che c’ha troppe idee stramme in quella testa e invece deve starsene tranquilla, muta. Che le fimmine sono nate per sposarsi e ricevere la benedizione dei figli che o signuri ci vole mannare.
No, lei è nata per andarsene da quel paese puzzolente di muli e donne con i fazzoletti neri in testa. Lei si sente moderna, libera, vuole andare a Roma, a fare la sarta a Cinecittà. Non vuole sposare nessuno, men che meno quel viddànu di Calogero, che la “vuole”.
“Ma che vuole da me?”, si domanda, “Ma perché non si sposa Concetta che lo guarda come se gli volesse togliere i calzoni di dosso!”.
All’uscita dalla messa, ieri, è arrivato dritto dritto da lei e gli ha chiesto se si mangiavano insieme una granita. Neanche gli ha risposto, gli ha girato le spalle e, a braccetto di Enza se ne sono andate ridendo a casa.
Pensa ad Enza e alla sua risata squillante, cristallina, che fa girare i ragazzi per strada. Si ritrova a sorridere da sola, mentre nel silenzio del pomeriggio si sente solo il rumore delle sue scarpe che battono sui lastroni di lava di via Matteotti. È quasi arrivata da Zì Carmela, mancano sì e no un centinaio di metri.
Abbassa ancora un po’ la testa, non vuole farsi vedere così allegra, sa che dietro ogni tenda di balcone o di porta ci stanno occhi e orecchi che guardano sempre. E alla sera, alla rinfrescata, le lingue taglienti inizieranno il tam tam dei pettegolezzi, da balcone in balcone. È così che le ragazze come lei diventano buttane, civette, amanti di uomini e preti.
È già arrivata al palazzo delle scuole nuove, davanti al piazzale delle carceri, quando sente da dietro il rombo di un motore, un’automobile… di scatto alza lo sguardo, si sposta di lato.
L’auto frena di colpo di fianco a lei. Lei si spaventa, guarda dentro e riconosce Calogero che la guarda fissa negli occhi: non sorride stamattina. In testa tiene la coppola ben calcata sulla fronte e gli abiti della domenica puliti addosso. Lo guarda, si gira come un animale braccato: la piazza è vuota.
Alla guida della Giulia c’è quel cornuto bastardo di Gaetano, ‘o caruso dei Bisichirò, quelli che fanno sparire la gente nelle campagne.
E succede tutto in un attimo: Calogero scende, le prende entrambe le mani per i polsi e la trascina sul sedile posteriore della macchina. Lei sta urlando con tutto il fiato che ha in gola, ma nessuna finestra si apre, nemmeno un’anima fetente si affaccia all’uscio delle tante porte che vede davanti a sé. E lei sa che sono tutti là, dietro le tende a farsi la pinnica del dopomangiato.
Le portiere si sono già chiuse, l’auto sgomma e corre verso l’uscita del paese. Lei continua ad urlare con tutta la forza della sua rabbia, vorrebbe togliersi di dosso quelle braccia paralizzanti. Sa che, se potesse muoversi, potrebbe ucciderlo anche a morsi, che potrebbe cavargli gli occhi con le sue stesse mani.
E urla ancora per un tempo che pare scorrere come in una clessidra a piccoli granelli… invoca la Madonna, San Cristoforo…Dio… finché Il fiato le squarcia il petto, finché sente come un pugnale che le deflagra la gola: ora, non ha più fiato. Le si ferma il respiro un attimo, poi si abbandona al pianto. Inizia a pregare Calogero sommessamente, di lasciarla andare, di avere pena di lei, continua come una litania.
Lui le accarezza i capelli e dice: “Ammuri, non ti prioccupari, mai ti lassu”.
Con lo sguardo offuscato dalle lacrime vede la polvere attraverso il finestrino, sono sulla sterrata verso Monterascatti, il fondo di quei fitusi bastardi dei Bisichirò. Già vede il casolare in fondo alla strada bianca, sa cosa l’aspetta, sa che il suo futuro è ormai segnato.
Vorrebbe svanire, vorrebbe morire, vorrebbe non essere mai nata.
Sente un rumore di vetri rotti dentro di lei. La sua vita e i suoi sogni sono già infranti, non c’è nient’altro da fare, nessuno avrà più pietà di lei, del suo corpo. Nessuno le chiederà più i suoi pensieri e quell’uragano di emozioni che si è appena abbattuto lascerà solo le macerie che già sono lì, davanti ai suoi occhi.
Le ultime due lacrime le scivolano dagli angoli degli occhi quando sente il dolore del suo sesso che si rompe, per sempre.
Sa che il disonore si paga con la vita. La sua verginità e i suoi sogni domani saranno venduti al matrimonio che estingue il reato.
Sono passati diciotto anni e Grazia non ha più pianto.
Ogni giorno, da allora, Calogero entra nella grande cucina dove una decina di ragazze quotidianamente si ritrovano per imparare il mestiere di sarta. Ogni giorno le porta qualcosa: un fiore, due cannoli, un arancino ancora caldo, ogni giorno aspetta per qualche secondo, speranzoso, uno sguardo, un sorriso, che però non arriva mai.
Con la coda dell’occhio le ragazze osservano ogni volta quella scena, forse anche loro aspettano che Grazia regali un gesto a quel marito che pare così dedito e affettuoso. Per un attimo, ogni giorno, il brusio si ferma, il tempo si sospende. In quel momento Grazia ferma i punti sulla stoffa, alza lo sguardo da sotto gli occhiali e le guarda, ad una ad una, senza espressione. Un attimo dopo il tempo ricomincia a scorrere, uguale a prima.

 

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Un pensiero su ““Grazia” di Maria Chiaramonte

  1. racconto molto bello Maria E’ vero noi donne usiamo anche questi sistemi per farla pagare: “il rancore” per l’eternità che dimostra e conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la nostra debolezza

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