“A fior di labbra” – capitolo uno (Patrizia Rossini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

 

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“Zio Santo”, sussurrò Ian Erik Brewer a fior di labbra facendo scorrere lo sguardo dalla bara di mogano marrone scuro, le maniglie arzigogolate color oro, il raso bordato di pizzo color panna delicato e, dentro immobile, pallido e muto, zio Santo.
Un’ombra di sorriso gli attraversò gli occhi scuri perché gli era sempre parsa un’imprecazione. Vaffanculo, pensò rapido e lasciò che i quattro becchini delle pompe funebri gli si affannassero intorno, come diligenti api operaie su un fiore, e salì la scalinata di marmo di Carrara che portava al primo piano, muovendosi col passo sicuro di chi è abituato al luogo.
Oltrepassò la porta della camera da letto della vedova con movimenti appena più felpati, dirigendosi verso quella attigua di zio Santo, parecchi metri più avanti, in quel corridoio dritto e largo come un’autostrada che lui da piccolo si divertiva a percorrere in lunghe scivolate mozzafiato dopo una breve rincorsa e che un arredatore d’interni frocio e sifilitico – e maledetto giornalmente dal personale di servizio – aveva “avvicchito” e “veso avtistico” e “non così pvovinciale” interrompendone la noiosa linearità e di conseguenza le sue scivolate – con altri addobbi, floreali e non. Fu proprio dietro a una di queste moderne interruzioni artistiche, una fusione in bronzo che l’etichetta identificava come l’Estasi di Giovanna d’Arco, e che lui, in sostituzione delle corse sfrenate sabotate, aveva sempre usato come cavallo per correre all’inseguimento delle foglie pendule delle kenthie che ornavano Giovanna e la sua Estasi, che si fermò all’improvviso, vedendo una domestica immobile davanti alla porta di zio Santo.
“Cosa cazzo aspetti?”, sussurrò di nuovo a fior di labbra, “Il permesso di zio Santo di entrare?”,
Invece no, fu la voce di Allegra, la vedova, che rispose e anche quell’idea gli increspò le labbra in un sorrisetto ironico.
“Zio Santo, la Vedova Allegra, cazzo, roba da far vomitare l’arredatore!”.
Così tornò sui suoi passi e si infilò nella sua camera da letto, quella della vedova. La porta che divideva le due stanze era socchiusa e Jan la scorse in piedi davanti allo specchio. Quello che vide non gli piacque. Non gli piacque per niente: troppo scollato il vestito, troppo trasparente, troppo luminoso, troppo felice. Niente a che vedere con la neo vedovanza.
“Perdio! E gli avvoltoi che stavano per arrivare a far finta di piangere su un cadavere ancora caldo li aveva dimenticati quella scema?”
Uscì dalla camera e scese la scalinata. I quattro corvi stavano ancora girando intorno alla cassa affannandosi a far dio-sa-ché, visto che zio Santo era ormai crepato e non aveva più bisogno di niente e si diresse verso il suo studio. Conosceva bene il meccanismo sotto la scrivania che apriva lo scomparto segreto dove zio Santo teneva i contanti e i documenti particolari. Lo conosceva non perché zio Santo gliel’avesse mostrato, ma perché da piccolo, Olagro era stato abile nell’intrufolarsi negli anfratti dello studio, grande come una piazza d’armi, dello zio e a spiarlo quando beveva o fumava di nascosto dalla sua infermiera, o si faceva una sveltina con una delle camerierine, sempre più giovani, sempre più timide.
Lo scomparto si aprì docilmente al tocco delle mani agili di Olagro. Il giovane passò in rassegna il contenuto con uno sguardo veloce. Ignorò i soldi, certo che di lì a poco ne avrebbe avuti a quintalate e si soffermò sui documenti: azioni. Passò oltre. Il dossier su Allegra, già letto. Una busta. Vuota. Perché vuota? Cosa conteneva? Era bianca, neutra, senza indizi utili, quindi inutile perderci tempo, ma l’istinto lo spinse da annusarla. Vecchia abitudine che talvolta gli aveva dato risultati inaspettati. Rivide sua madre che annusava l’involucro di pelle di serpente contenente le sue erbe “miracolose”, quelle che facevano passare il mal di pancia o che lo facevano venire a seconda della necessità e, infastidito, scacciò subito l’immagine: sua madre era un capitolo chiuso e per nulla al mondo l’avrebbe riaperto.
Lasciò perdere la busta e proseguì la sua ricerca. Una cartella con destnatario “Notaio”. Dentro trovò il testamento di zio Santo che ormai conosceva a memoria. Ecco una cosa nuova: una cartella con la scritta “Victoria”. Chi è questa Victoria? Una nuova teenager su cui zio Santo aveva messo gli occhi in attesa di metterci anche le mani? La aprì, ma la trovò vuota, come la busta.
“Che effetto ti ha fatto, zio Santo (che mi sembra sempre un’imprecazione), schiattare prima di riuscirci, eh?”, chiese sarcastico, “Certo che non c’è riuscito!”, si tranquillizzò, “lo saprei se…”.
Dal viale d’accesso giunsero dei sussurri e una sorta di fruscio, come passi che non volessero disturbare sulla ghiaia indiscreta, e ripose pensieri e documenti al loro posto, avvicinandosi velocemente alla finestra.
“Il codazzo di conoscenti e curiosi si sta avvicinando per l’estremo saluto? Che cazzo di fretta hanno? Tanto zio Santo mica scappa. No, è la delegazione di catering che doveva organizzare il rinfresco di stasera per il suo compleanno. Cambio di programma, signori: oggi si festeggia la morte.”
Tornò alla scrivania e sfogliò l’agenda di zio Santo. Pagine fitte d’impegni, ovviamente tutti cifrati. Nelle ultime settimane ricorreva spesso un segno di spunta accanto a diversi numeri di telefono. “Un segno di spunta?”, si chiese, “O una V come Victoria?”.
Prima ancora di rispondersi aveva già la cornetta del telefono in mano, mentre con l’altra componeva il numero. Prima ancora di fare ipotesi, sentì una voce di donna che con accento squisitamente londinese si presentava come Victoria e informava il suo interlocutore di essere momentaneamente assente e lo invitava a lasciare un recapito.
Mentre con la mano sinistra riattaccava, con la destra aprì il cassetto della scrivania e lesse il titolo a caratteri cubitali del Corriere “LONDRA: la misteriosa fine del magnate russo avvelenato con la piantina cinese. Aleksander Perepilichny aveva denunciato i traffici finanziari a Mosca. Un nuovo caso Litvinenko? Alexander Perepilichny e la pianta con cui sarebbe stato avvelenato: il gelsemium elegans. «Vado a correre». Le ultime parole alla moglie.”
Allora il brivido che da qualche minuto gli solleticava il midollo, trapassò ossa, muscoli e nervi e gli esplose dai pori della pelle come un fuoco d’artificio a ripetizione e Ian Erik Brewer incominciò a sudare.

 

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