“Il carro” – capitolo secondo (di Bruno Barcellan)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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In un carro nero trainato da cavalli neri, come si usava un tempo: così ha voluto, era nostalgico lui, e un po’ cafone. Manca solo la banda del paese, che si bagnerebbe, ma non troppo perché questa pioggia stenta a cadere, pare che non ne abbia voglia, quasi fosse costretta. Forse c’è qualcuno che dall’alto piange nel vedere che qui non piange nessuno, ma neanche lui si applica molto: poche gocce distanti come le dita della mano quando lasciavo la mia impronta sulla sabbia, al mare, per gioco. I giochi sono tutti uguali e tutti diversi, come i leoncini che per gioco combattono e da grandi per gioco uccidono. Così i miei giochi innocenti sulla sabbia e poi, più tardi, i giochi meno innocenti di Santo con me. Giocava un po’ troppo Santo nella vita, anche con i suoi amici olandesi ha voluto giocare, saltare troppo la corda, che s’è tesa, come una cravatta col nodo troppo stretto.

La mia vita con Santo mi ricorda quel film, “Lolita” con Jeremy Irons: io sono Lolita, lui Humbert, insieme ci divertivamo. C’è questa scena in cui lui va a prendere lei al campeggio, è appena morta la madre, lei non lo sa ancora, eppure qualcosa intuisce. Lui la prende e insieme se ne vanno con una familiare squadrata con gli interni in legno che andavano in voga anni e anni fa, fatti apposta per far crescere i funghi, come tutte le case americane fatte di legno verniciato di bianco, specialmente quelle lungo le spiagge, palafitte affacciate sull’oceano, non hanno il mare loro, non sanno cos’è, non lo so neanch’io, non lo ricordo più il mare che sapevo di quand’ero piccola e giocavo sulla spiaggia. Nella macchina Humbert è felice come non mai, intravede la possibilità di realizzare il suo sogno di vivere con la ninfetta, come me ora che intravedo la mia nuova vita senza Santo, lei invece è solo felice di andarsene dal campeggio, di lasciare la sua infanzia che le è sempre stata stretta e dà a lui un bacio, con l’apparecchio, con le labbra e la bocca di una bambina, mastica la gomma, ma è il miglior bacio che lui potesse volere. Poi arriva la polizia e li ferma, sembra che tutto possa finire prima ancora che inizi, la legge, l’ordine, le cose come devono essere. Anch’io ora ho paura che qualcuno ci scopra, che qualcuno sappia, e poi lo dica: potrebbe essere quella giovane donna. Finirebbe anche il mio di sogno, prima ancora che inizi, ma come nel film il sogno non finisce, continua, però diventa un incubo.

Oscuri presagi? Tutto dipende da oggi, da quanto credibile possa sembrare il mio dolore, è un conto alla rovescia i cui secondi che passano sono scanditi dagli zoccoli dei cavalli che ci portano lungo la strada piena di svolte, in salita sulla collina fino al cimitero dove vedrò tutti. Vedrò Erik che non devo guardare. Vedrò quella giovane donna che non so chi sia, quella inglese, un medico? Vedrò Santo chiuso dentro la bara, vedrò la bara, la bara che mi ricorderà mio padre, vedrò Lolita che corre irriverente nei vialetti attorno le tombe, vedrò me in lei che sorride strizzando l’occhio, non dovrò ridere. Dovrò tenere ferme tutte le cose, tenerle assieme con dei fili di ferro avvolti nella seta, tenerle salde senza mostrare il ferro che le unisce, loro che vogliono scappare, come voglio scappare io, salire su uno di questi cavalli, scioglierlo dal carro, scappare, liberarne un altro per Erik, perché mi raggiunga, ma solo se davvero lo vuole anche lui. È un destino già scritto che nessuno ha letto, è il volo di una farfalla che non sai dove va perché il vento la porta ovunque. Nabokov studiava le farfalle, Lolita è una farfalla, lo sono anch’io. L’amore effimero di Humert per Lolita è come seguire con gli occhi il volo di una farfalla e, come la vita di una farfalla, dura pochissimo e rimane segnato da questo suo tempo breve.

Santo mi diceva che ero come una farfalla che imparava a dispiegare le ali, e, come in queste sue ali si vedono puntini e occhi colorati, così il mio corpo nudo e bianco porta dipinti tanti puntini che lui seguiva con le dita, ma non si può toccare una farfalla, le si porta via quella sua polvere di stelle che la fa volare, ci si sporca le dita di quella magia rubata. Santo diceva che i riflessi del sole controluce nei miei capelli rossi formano proprio la polvere di stelle, la stessa polvere che anche Erik mi ha rubato, con il suo sudore, con le dita ha grattato via la magia, ne ha fatto grumi sui suoi palmi, come faccio ora io a volare?

Questo viaggio fino al cimitero non ha fine, a piedi andrei più veloce, a piedi cambierei strada, scenderei la valle lungo i pendii ordinati di vigneti. Ci vuole ordine nella vita, che qualcuno dall’alto, invece di piangere, metta ordine nelle cose, così queste sono dritte e noi quaggiù, formiche o farfalle, sappiamo dove andare e non saremmo costrette a fare quello che non avremmo dovuto. Ma lassù non c’è nessuno, o non c’è nessuno a cui frega di quello che succede qui, o che sia in grado di agire, o di capire, e noi rimaniamo soli a fare quello che non avremmo dovuto fare, a fare di tutto per scappare, cambiare, come Lolita, scappare verso una vita che non è la felicità, ma solo un posto lontano dove dimenticare. Ma poi guardandoci indietro un senso alle cose lo si trova. Un senso senza senso, un senso mancato in cui a ogni azione segue inevitabile una conseguenza e questa conseguenza diventa l’azione di quel che viene dopo. Così una cravatta annodata ogni giorno con un nodo diverso, lei, sempre uguale e intrisa di oleandro. L’oleandro ha un profumo bellissimo, così gli dicevo, l’oleandro, respirarlo di giorno in giorno porta alla morte, e ora siamo qui e questa pianta non potrò mai scordarla, ogni volta che la vedo e la vedrò saprò quello che ho fatto. Vorrei andare in un posto dove non cresce, un posto lontano. Domani. Domani ci vado, e per tutta la vita, quella nuova, quella che rimane. Ho con me un sacchetto dentro la tasca, se lo apro brilla, pietruzze, lo apro, lo sporgo fuori dal carro, qualche goccia ci cade, guardandolo ora brilla di più, ora che è bagnato, ma non tanto: sono queste le uniche lacrime di oggi, lacrime di rimpianto e lacrime di gioia. Ne prendo una di lacrima-pietruzza, la lancio fuori che cada sulla strada, non la vedrà nessuno, concimerà la terra, che tutto sa e tutto dimentica.

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