“Victoria Sunderland” – capitolo terzo (di Gianluigi Bergognini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Che impressione… Ho lo sguardo freddo, impassibile. Non c’è nulla da fare, non riesco a farmi venire un minimo di emozione. Un dispiacere, una lacrima. Sei stato troppo lontano, papà. Non mi sei entrato nel cuore in tutti questi anni. Nemmeno adesso che sei morto. Sei riuscito a farmi credere di esserlo da sempre, morto. Di essere un fantasma senza volto nei miei ricordi di bambina. Di essere solo un’evocazione, un alibi, una paura. E mai un ricordo dolce, una speranza, una voglia.
Papà. Questa parola non ha molto significato per me. Non hai voluto insegnarmela. È stata sempre un vuoto che conoscevo bene, sempre di più. Era un rifugio quel vuoto, un niente dove trovavo pace nelle mie ore più scure, nei miei pensieri più nascosti… papà… papà… Che sto facendo? Sono cresciuta ora. Non ho più bisogno del tuo nome per ritrovarmi, non voglio un vuoto ora. Ho la mia vita, una professione, un amore, ho capito cosa cercavo in quei momenti. Volevo me e in questo senso, senza saperlo, mi sei stato utile. Con la tua assenza.

Eppure tu mi hai cercata. Senza nemmeno dirmi nulla mi hai trovata… Ahahahah, che assurdità! Dovevo essere io a cercarti, tu sapevi che esistevo, tu certamente mi hai seguito di nascosto… discretamente… certo il tuo lavoro, la tua professione… dovevo essere io a ribaltare il mondo intero per trovarti. Invece no. Io ti tenevo nel mio vuoto. Invece no. Tu hai voluto venire da me. Per morire. Hai cercato da me, Victoria Sunderland, da poco laureata in medicina, una salvezza, una cura, io medico senza esperienza, ma tua figlia… pensavi bastasse? Pensavi che l’avermi tenuta all’oscuro sulla tua vera identità, avrebbe potuto spingermi a essere più professionale e pertanto priva di emozioni? Evitando così inutili sentimentalismi? Si vede proprio che non mi hai mai conosciuta. Tutti questi anni di silenzio ti hanno precluso il mio cuore. Non sarebbe cambiato nulla.
Ora però voglio capire. Capire cosa è successo in questi anni, cosa ti ha ridotto in questo stato nei pochi mesi che ti ho potuto seguire. Qualcosa non mi torna, le analisi che ho eseguito di volta in volta mi davano risultati strani. Non te l’ho mai detto. ma lo saprai presto, quando ti vedrò steso nella bara, ti sussurrerò il motivo della tua morte. Io so che non è stata naturale…
Devo fare in fretta. Alfred sarà qui a momenti per portarmi all’aeroporto e sono in ritardo, tutti questi pensieri…

Alfred, un altro uomo senza volto, la rappresentazione perfetta dell’uomo qualunque. Come non eri tu, papà, lo riconosco. Non passavi inosservato, ti ho notato subito, sin dal primo momento. Avevi l’aria malata, ma era il tuo sguardo magnetico a fare di te un uomo. Forse, in quel momento, ho riconosciuto qualcosa di me nel tuo viso senza neppure rendermene conto.

Chi ti ha ucciso papà? Perché? E cosa stai lasciando e a chi? Voglio saperlo. Ora che ti ho trovato, ora che il mio silenzio si è riempito della tua morte reale, ora io voglio quello che mi hai negato per anni. Lo voglio ripagato in un’altra forma. Voglio tutto….
“Alfred? Sì, arrivo. Un attimo… sì, sto bene, non preoccuparti, non sono una bambina. Andiamo.”

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