“Jan Erik Brouwer” – capitolo quarto (di Patrizia Rossini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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”Jan Erik Brouwer”, disse secco quando l’incaricato della reception si fece vivo al telefono con un cortese <<Hotel Imperial, prego, mi dica>>.
“Stanza 543. Preparatemi il conto e chiamatemi un taxi. Fra mezz’ora”, Brouwer riattaccò senza aspettare la conferma dal suo interlocutore e ammirò compiaciuto la propria immagine riflessa nel grande specchio di fronte a lui. L’accappatoio di spugna bianca contrastava piacevolmente con la sua pelle scura e liscia. Se lo tolse, accarezzandosi con lo sguardo i capelli e le sopracciglia tinti di un biondo albino, il volto deciso, appena sbarbato, i bicipiti torniti, i pettorali lisci e gli addominali scattanti. Poi si mise di fianco per godersi lo spettacolo di culo e cosce. Era proprio un gran bel figo e le donne glielo confermavano senza sosta. Il pensiero gli ricordò la rossa rugginosa che avrebbe dovuto incontrare di lì a poche ore e sospirò rassegnato. Erano diversi mesi che le stava dietro, ovviamente per dovere, e all’inizio la cosa era stata sopportabile, di tanto in tanto perfino divertente, se non altro finché lei aveva fatto la ritrosa. Poi, una volta sfondato il muro della sua presunta timidezza, di quella che lui riteneva ancora oggi una falsa fedeltà al marito, la cosa era cambiata e lui si era ritrovato per le mani una svampita tutta languori e sussulti, gelosa come una fidanzata e lagnosa come una moglie.

Allegra Moretto in Van Gus era una pedina troppo importante per mollarla adesso, non aveva scelta. Non sempre il lavoro è piacevole. Quest’altro pensiero gli ricordò l’altra rossa, quella che si stava svegliano proprio in quel momento, girandosi ancora sonnacchiosa nel letto fra un mugugnìo e un sospiro.

Brouwer affondò due dita nella tasca della giacca, che la sera precedente aveva accuratamente modellata sull’appendino perché non si stropicciasse, e ne sfilò il portafoglio di coccodrillo marrone con incise le sua iniziali in oro. La ragazza si svegliò di colpo mettendosi seduta e con la prospettiva di incassare un extra gli sorrise. Jan Erik Brouwer le lanciò un paio di banconote: una atterrò sulle lenzuola, l’altra svolazzò graziosamente sul pavimento e la ragazza, agguantata la prima, si allungò fino a scivolare sulla moquette per afferrare la seconda. Rimase qualche istante in bilico, le gambe sul letto, il torace a penzoloni e le chiappe al vento e fu proprio lì, fra le chiappe, che Brouwer inserì la terza banconota, dopo averle assestato una sculacciata di apprezzamento.
“Sparisci”, le ordinò e la ragazza non se lo fece ripetere due volte. Raccattò le sue cose e uscì per vestirsi in corridoio.

Così piacevano a Jan Erik Brouwer le donne: disponibili e ubbidienti. Esattamente com’era stata sua madre con suo padre, disponibile e ubbidiente. Ricordava ancora quando da piccolo gli aveva chiesto di portarlo con sé in Olanda: il padre al momento lo aveva guardato con stupore, come se lo vedesse per la prima volta e poi quasi con orgoglio, fiero di quella richiesta decisa negli occhi scuri; la madre aveva chinato la testa senza protestare per la separazione inaspettata: lei era rimasta in Sudafrica e lui aveva seguito il padre in Olanda.

I problemi erano sorti subito: suo padre era già sposato con un’olandesina incapace di fare figli, ma troppo schizzinosa per accettarne uno non suo, figuriamoci di colore. Così il padre aveva spedito in Sudafrica il suo braccio destro, un certo Erik Brouwer, scapolo, e gli aveva ordinato di sposare la madre di suo figlio. Col nome di Jan Erik Brouwer era andato a scuola, dove c’era chi lo chiamava negro e chi bastardo, ma sempre con lo stesso tono dispregiativo, poi suo zio Santo lo aveva voluto in Italia per la prima di una lunga serie di vacanze estive, dove c’era chi lo chiamava negro e chi olandese, finché era diventato “Olagro”.

Ci erano voluti anni di palestra per sviluppare i muscoli di cui ora andava fiero e con i quali si era fatto rispettare, prima in Olanda, poi in Italia, ma Olagro era rimasto. Per alcuni vecchi compagni di strada, e solo per quelli e neanche tutti, e per zio Santo. Per gli altri era Jan Erik Brower, il finto figlio di Erik Brouwer, il vero figlio di una donna rimasta in Sudafrica di cui aveva voluto dimenticare volto e nome, il bastardo di un Van Gus ancora vivo, l’amante di Allegra Moretto in Van Gus, vedova poco addolorata, rossa molto rugginosa, nonché il nipote di Santo Van Gus, ex cravattaio, neo defunto, di cui stava per andare al funerale.

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