“Sudafrica” – capitolo sesto (di Patrizia Rossini)

Questo racconto è stato ideato ed è stato scritto a sei mani, quelle di: Patrizia Rossini, Bruno Barcellan e Gianluigi Bergognini. È stato emozionante, per me, assistere alla nascita di una storia che sembrava impossibile anche solo da pensare, soprattutto con tre teste che ragionano ognuna a proprio modo. Eppure la grande capacità di ascolto e la voglia di mettersi in gioco di questi Scrittori Instabili ha permesso un piccolo gioco di prestigio. Non è un romanzo, non è un racconto unico, potrebbe diventarlo però. Vi invito alla lettura di questi sei capitoli e se volete lasciare un commento ci aiuterete a capire se l’esperimento ha funzionato oppure no. Grazie. (Barbara Favaro)

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Strisciava acquattato con la polvere negli occhi, la luce del tramonto lo accarezzava, passava da un albero all’altro per proteggersi dietro ogni tronco, solo qui respirava. Avesse avuto la vista migliore di quella che aveva, li avrebbe visti; avesse avuto un olfatto più fine, li avrebbe sentiti. Fosse stato più intelligente forse avrebbe intuito che erano lì. Ma la fame aiuta solo l’olfatto, mentre vista e intelligenza ne risentono. Per questo era spacciato, senza saperlo. Non aveva dato peso al loro chiacchierare forse perché era troppo rado: una parola, due ogni minuto, con lunghe pause in mezzo. Non aveva prestato attenzione al puzzo delle sigarette perché non gli era parso troppo diverso dall’odore sprigionato dai roghi che erano andati avanti tutto il giorno nel lato ovest della tenuta, quest’anno toccava al lato ovest bruciare, per dargli più forza, così credevano lì dove la terra non ha forza, o almeno non quella per far crescere il raccolto che sempre stentava. Quando poi il luccichio del fucile gli bussò piano all’angolo dell’occhio, anche allora non ci fece caso. Perché distava così poco il recinto con dentro i piccoli di struzzo che avrebbero fatto tacere la generosa fame che teneva dentro. Poi non fece più caso a nulla perché a colpirlo fu la pallottola schizzata dal fucile che uno dei due fratelli impugnava tenendo la sigaretta in bocca da qualche decina di secondi senza aspirare. La cenere che s’era formata cadde a terra nello stesso momento in cui lo fece il licaone.

– Bel colpo.
– Qualcosa di buono riesco ancora a farlo.
– Non ho detto questo, accetta un complimento quanto ti arriva.
– Non sono abituato a sentirtene dire, forse è per questo.
– Sei diventato cinico a stare in questo deserto.
– Quando mi hai detto che il Sudafrica era un paradiso non hai parlato di deserti.
– Forse me ne sono dimenticato, o forse hai voluto sentire solo quello che volevi.
– Intanto io qui sono marcito tutti questi anni.
– Non è facile marcire in un deserto.
– Fai anche lo spiritoso, in Europa si usa ancora? Pensavo fosse passato di moda. Noi qui non abbiamo tempo per questi lussi.
– Già, siete troppo impegnati a scrutare il cielo in cerca di nuvole, arare la polvere e fottere le braccianti.
– Santo! Non ti permettere! Io l’amavo, a modo mio.
– Sì, l’amavi così tanto che l’hai cacciata dalla tua terra, con tuo figlio in pancia.
– Ho ancora una pallottola in canna, non te lo dimenticare.
– Non mi spareresti mai, sei troppo codardo, forse però alle spalle, forse così.

Santo si alzò dalla sedia di legno e scese i due gradini del porticato dando la schiena al fratello. Giosuè, che tutti ormai chiamavano Joshua, gli puntò contro il fucile e accarezzò il grilletto immaginando di farlo scattare. Ma poi poggiò il ferro a terra tenendolo per la punta come aveva imparato dai vecchi indigeni quando si puntellano su di un bastone per riposare, in mezzo le gambe, un albero a cui aggrapparsi. Si scottò le mani, ma non le sentiva.

– Dove vai?
– A cercarlo.
– Chi?
– Tuo figlio.
– Sarà già morto.

Santo continuava a camminare verso la jeep con cui era venuto. Joshua guardava a terra una grossa formica che girava in tondo.

– Dove sta?
– Alla Miniera.
– Vengo anch’io.
– Per te è tardi.
– Ti occuperai di lui?
– Sì, lo porterò in Olanda, avrà una vita.

Alzando polvere la jeep se ne andava contro il sole mentre a Joshua il cuore si faceva più leggero e pesante allo stesso tempo.
Intanto Erik era morto, di fatica, e dormiva. Teneva al petto le sue mani contratte e nere, nere anche di terra, steso sulla sua branda dentro una baracca delle tante attorno la Miniera che era la sua vita. Conosceva solo sete, sudore e come brillano i diamanti quando sono grezzi: è diverso da come ogni donna sa, anche lui avrebbe capito la differenza, sarebbero arrivati quei giorni.

 

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