“Rom” di Elda Cortinovis

Mirna era l’ultima di quattro fratelli. Aveva, a vederla, circa l’età in cui le ragazze normalmente cominciano la scuola media. Non era più certa neppure lei dei suoi anni a forza di dire di averne nove ad ogni fermo di polizia. Da due anni mendicava per le strade, compito che le era stato assegnato dalla famiglia. Il campo rom in cui viveva era piccolo, le roulotte erano disposte lungo il perimetro dell’area che il comune aveva loro assegnato e al centro ogni sera veniva acceso un grande falò.
Quella notte Mirna aveva visto bene suo fratello maggiore, Bruno, tornare tardi e correre come una bestia inferocita per tutto il campo. Girava intorno al fuoco pronunciando parole irripetibili. Il suo sguardo indemoniato era perso in un mondo parallelo e pareva non sentire e non vedere nulla di ciò che gli stava innanzi: “Muoio adesso muoio, portatemi via… vi prego aiuto muoio”, gridava, ma nessuno riusciva a bloccarlo. Come uno scimpanzé in gabbia, saltava da un punto all’altro aggrappandosi ai rami degli alberi e arrampicandosi sui tetti delle roulotte, guidato da una forza sovrannaturale.
Mirna tremava dalla paura e piangeva, le sue mani perdevano forza e le sue gambe non reggevano il poco peso del suo gracile corpo, così si sedette senza smettere di guardare dalla finestra della sua casa mobile. Bruno era là fuori posseduto da chissà quale essere malvagio che gli annebbiava ogni senso.
Erano pochi gli uomini rimasti al campo, non c’era neppure suo padre, capo di quella tribù di zingari. Le donne cercavano di calmarlo e di fermarlo, ma non era possibile, la sua indemoniata forza scatenava una violenza inaudita contro tutto ciò che incontrava. Non era un semplice rom, era il figlio del capo tribù e questo tra zingari conta. Così le donne, forse per non nuocere all’erede, dopo alcuni rituali eseguiti cantando litanie si convinsero che bisognava lasciarlo libero; libero di sfogare questa furibonda violenza su tutto ciò che avesse voluto, fino a ritrovare la calma persa.
Mirna non sopportava più quello spettacolo cruento. Non poteva guardare suo fratello con gli occhi infuocati di odio, spingere le donne a terra e calpestare carboni ardenti senza provare altro dolore, poiché il dolore era già dentro di lui, profondo e lacerante. Tirò la tenda con un gesto dettato dalla stanchezza e dal disprezzo. Chiuse gli occhi ancora bagnati e si immaginò un mondo migliore.
Poco dopo il motore di una BMW rombava nel campo nomadi e la scia di gas annebbiava il buio della notte, lasciando dietro sé un silenzio impregnato di sgomento.
Sembrava fossero passati pochi minuti; Mirna si svegliò di soprassalto alle grida di un gruppo di uomini e donne che gesticolavano rabbiosamente in mezzo al campo. Era giorno e doveva essere successo qualcosa di veramente grave: vide suo padre lasciare il campo camminando dritto verso l’auto con la consapevolezza di dover rimediare a qualcosa che in qualche modo segnava il suo orgoglio di capo.
Quando tornò era solo, Bruno non c’era. Mirna avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli dove fosse suo fratello, ma per un istante rimase abbagliata dal grande medaglione d’oro che luccicava sul petto del padre e si ricordò che era una bambina, una femmina. Sarebbero state le donne del campo a raccontarle quanta cocaina, oppio ed alcool avesse ingurgitato suo fratello e che spaventoso incidente avesse causato quella mattina alla fermata dell’autobus.
Mirna si sentì in qualche modo complice, come tutti loro, di quel disastro che forse si sarebbe potuto evitare. Incapace di ribellarsi al mondo a cui apparteneva e che la proteggeva, lasciò il campo. Era decisa a vagare tutto il giorno, mendicando con addosso gli occhi della gente questa volta ancora più ostili.

 

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