“La sera tardi” di Bruno Barcellan

La sera tardi, dopo aver sparecchiata la tavola, soffiate via le briciole dal libro che stavate leggendo, accesa la lampada ed esservi rannicchiata comodamente di fronte al fuoco, ecco, allora sarebbe il momento di guardarvi dalla pioggia.  (K. Mansfield)

 

Perché la pioggia fa quel che farebbe un’amica, o una mamma, che vi viene a trovare, e cullare, dice dormi, va tutto bene, con la sua voce di ninna nanna. Ma.
È solo un dormiveglia quello in cui vi porta, tu che credi di essere al sicuro e ti lasci andare in balia di un mare senza onde, abbassi le difese, sciogli anche le piccole rughe della fronte, accogli il sonno, ristoratore, accogli il sogno, corroborante, ma la pioggia no, lei non ti lascia andare, tiene sempre la tua coscienza a galla, reggendola con la punta delle dita. A volte lascia la sua presa, ma è solo un gioco, poi ti riprende. Come quando si insegna un bimbo piccolo a nuotare, lo si lascia anche, ma solo un secondo. Così arriva il sogno, ma non è il viaggio che dev’essere, è solo un’eco del giorno, dove le ansie non hanno il freno della mente vigile, e qui si moltiplicano all’inverosimile. La pioggia fa come le sirene d’Ulisse che mentono e promettono, senza nessuna corda che le ti lega.
Eppure la pioggia qualcosa ti dà, contropartita delle menzogne, lei ti permette di muovere senza andare. Con il suono, prima ti mostra i tetti, comignoli e lamiere, le loro voci anche di notte. Piano poi ti apre le vie attorno, le strade, le pietre. Infine i palazzi, le altre case e, per miracolo, quelli che ci vivono dentro: tante piccole fiammelle che la pioggia non spegne. Anche quell’uomo che guarda dalla finestra, dietro ad un vetro guarda la pioggia sotto il lampione: è così che trascorre la notte.
Chissà che pensa? Vorrei sapere.
Vorrei sapere se anche lui ha paura, non so, delle strade strette, guidarci.
Questa, in verità, è la mia più grande paura, lo ammetto.
Ammetto anche che non guido benissimo, ma me la cavo. Meno che sulle strade, quelle strette.
Ho una mappa mentale di tutte le strade strette che mi fanno paura.
Al primo posto c’è quella che porta in montagna. Doppia corsia, ma basta appena per una macchina.
Da una parte la roccia. Dall’altra il lago. Curve una dietro l’altra. Tornanti. Gallerie.
Poi c’è la strada che corre sopra la diga. Per non farla allungo anche di molto.
Prima di imboccarla bisogna guardare se dall’altra parte arriva qualcuno, se no, allora bisogna partire veloce e percorrerla nel minor tempo possibile per così evitare di incontrare un’altra macchina nel senso opposto. Se così fosse, uno dei due dovrebbe fare retromarcia, e se toccasse a me, non so se riuscirei a farlo.
Altra strada stretta da paura, quella che porta al mare, lungo i canali solcati dai cascinali abbandonati. Da una parte e dall’altra dell’argine, ripide discese. Quando c’è nebbia, d’inverno, debbo avvicinare il naso al parabrezza e sperare in Dio. Quanta fatica arrivare al mare, anche d’inverno.
Ultima, ma non ultima, una strada che non so neppure bene dov’è. È dispersa nella mia memoria, ma ricordo come è fatta. È un ponte che attraversa un fiume. La strada di per sé non sarebbe neppure tanto stretta, ma ci hanno messo, all’inizio e alla fine del ponte, due grossi cubi di cemento. Credo non volessero far passare i camion. Ma così una macchina ci passa appena. Non ci ho mai guidato. Lo fece mia madre. Neppure lei guidava bene. Una sera di tanti anni fa. Con la sua vecchia macchina. Fragile. C’era la pioggia, come stasera.

 

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