“Impronta” di Elda Cortinovis

Era una gita come tante altre organizzate in famiglia: lei, suo marito e i due figli.
La meta scelta era le Dune du Pilat; ne avevano parlato da tempo ed erano ansiosi di andarci.
Appena scesi dall’auto Catherine fece qualche passo lungo il sentiero diretto alla duna e sollevando lo sguardo si trovò di fronte alla più alta montagna di sabbia dorata che mai avesse visto nella sua vita.
Un muro appena inclinato, alto più di cento metri si alzava al termine del bosco, frapponendosi tra la terra e il mare. Attratta da una forza magnetica, salì.
Una mano impegnata a tenere le scarpe; l’altra libera, pronta ad appoggiarsi sul manto sabbioso. A piedi nudi avvertiva il tepore del sole che ancora la sabbia conservava, seppure fosse già tardo pomeriggio e nel cielo incombessero fitte nuvole grigiastre.
Ogni passo era una conquista; ci voleva potenza per non scivolare e dopo alcuni passi inevitabilmente ci si doveva fermare a riprender fiato. Non c’era fretta, la salita richiedeva il suo tempo per comprendere la forza di tale massa sabbiosa e la fragilità di ogni granello di cui era composta. Saliva passo dopo passo, appoggiando talvolta una mano sul ginocchio per far forza e dare slancio al passo successivo. Bisognava vincere la gravità che l’avrebbe fatta volentieri rotolare indietro e nello stesso tempo contrapporsi all’instabilità del terreno franoso. Tutto faceva parte del gioco: arrivare in alto per guardare oltre. Nessun passo era vano, ognuno le permetteva di conquistare la duna, che maestosa sbarrava la strada e pareva in alcuni attimi volerle crollare addosso.
Era quasi arrivata, ma prima di toccare la cima, si voltò indietro per vedere quanta strada aveva fatto. Era incredibile osservare da lassù il paesaggio boschivo che, troncato improvvisamente dalla sabbia, cessava di esistere e lasciava spazio ad una natura così in contrasto. Sul pendio sotto di lei molti arrancavano, altri salivano più disinvolti, altri ormai soddisfatti, scendevano, lasciandosi rotolare euforici. Proseguì e finalmente in alto, la brezza del mare schiaffeggiò il suo viso e il suo sguardo si perse nello sconfinato blu dell’oceano Atlantico. Ora la duna di sabbia si univa al mare e il suo declivio non era più così verticale, ma con grazia scendeva per scomparire nella massa d’acqua che per la sua immensità toglieva il fiato. La duna si estendeva pochi chilometri e percorrerli significava prendere coscienza di questo fenomeno straordinario e della potenza della natura in contrasto alla fragilità dell’uomo. Minuscola, si allungò lungo la duna, con un foulard in testa legato stretto e alcuni capelli ribelli che sbattevano al vento. Più si allontanava dal punto da cui era salita e più la gente si diradava.
Era faticoso percorrere tutta la dorsale, ma aveva ancora molto da capire e non le bastava guardare il confine, voleva raggiungerlo. Ci mise quasi mezz’ora, sferzata dal vento e con gli occhi socchiusi per i granelli di sabbia che si alzavano improvvisi. Alla fine di questo cammino, soddisfatta, si lasciò cadere accolta dalla sabbia. A occhi chiusi ascoltò il suono dell’oceano, gli striduli versi dei gabbiani, il fruscio del vento e cercò nel suo cuore, se stessa; in silenzio immersa nella natura ristoratrice, con lo spirito pronto ad accogliere ogni segnale e a caricarsi di grande energia vitale. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasta immobile: abbastanza da percepire l’umido del mare nelle ossa, i brividi per il vento che più avanzava la sera e più si raffreddava e il formicolio nelle gambe rimaste ferme, incrociate. Si alzò ed ebbe una gran voglia di correre a perdifiato giù da questa immensa duna, cadere e lasciarsi rotolare come da bambina sui prati verdi delle colline dietro casa.
Lo fece, per poi risalire di nuovo e tornare indietro, cercando invano la sua impronta.
Il vento mutava la duna che pareva viva e ostentava il suo fascino camaleontico.
Alzò lo sguardo e non lontano scorse il sorriso di chi amava; salire ne era valsa la pena.

 

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