Esercizio (1)_ “Amy Gibson, la cameriera” di Raffaella Tavernini

Il primo capitolo del romanzo “La Canarina assassinata” (pubblicato da Mondadori nel 1931) scritto da S.S. Van Dine è stato da me usato come incipit per l’esercizio che segue. Ogni autore, partendo dalle prime pagine della storia di Van Dine, doveva procedere mantenendo lo stesso tono e possibilmente la stessa atmosfera. Non so quanti di voi abbiano letto questo giallo, ma non credo sia indispensabile farlo perché i racconti che seguiranno saranno godibili senza bisogno di aggiungere altri dettagli. Sappiate soltanto che l’esercizio è lo stesso e che le somiglianze tra i racconti di un autore o dell’altro sono inevitabili perché come punto di partenza c’è la Canarina e il suo assassinio. Grazie.  (Barbara Favaro)

***

Il procuratore distrettuale Markham decise di affrontare il caso della Canarina come insegnavano tutti i manuali di Polizia su cui aveva studiato all’Accademia. Pertanto, iniziò le indagini convocando al distretto Amy Gibson, la cameriera personale della canarina che ne aveva trovato il corpo riverso sul divano.

Quando Amy Gibson entrò nell’ufficio del procuratore, accompagnata dall’agente investigativo Ronson, Markham non riuscì a nascondere del tutto la sorpresa che provò nel vederla. La signora Gibson, infatti, assomigliava in maniera impressionante a Margaret Odell, la Canarina assassinata: come lei era di media statura, slanciata, graziosamente felina, benché alquanto altera di modi, aveva la medesima bellezza prepotente e aggressiva. Solo la capigliatura differiva perché Amy aveva contenuto l’abbondante chioma in una zazzera non più lunga delle spalle, su una carnagione di rosa e latte del tutto identica a quella della signora Odell.

Il procuratore distrettuale ne rimase davvero colpito anche se, diversamente da chi sino a quel giorno le aveva conosciute entrambe, non disse una parola a riguardo. Chiese prima di tutto alla cameriera maggiori dettagli sul ritrovamento del corpo. La Gibson riferì di essere uscita di casa su richiesta della signora, le aveva chiesto di acquistare con estrema urgenza una bottiglia di champagne perché stava aspettando una visita imprevista e aveva terminato le sue scorte. La Canarina, aggiunse la cameriera, aveva sempre un discreto rifornimento di bottiglie nel suo appartamento, spesso avanzate da quelle portate dagli ospiti come gesto di educazione alle feste che la Odell era solita tenere con cadenza settimanale nelle serate in cui non era impegnata negli spettacoli. Il rifornimento si era esaurito perché ultimamente Margaret aveva ricevuto spesso visite da parte di una persona che la cameriera non aveva mai potuto vedere, prima del suo arrivo la Canarina la invitava sempre, in modo del tutto inusuale, a uscire dall’appartamento per prendersi qualche ora di libertà. La faccenda era sembrata piuttosto strana alla Gibson, fin dal primo giorno in cui lavorava per lei, erano oramai passati circa tre anni, la Canarina non le aveva mai lasciato una sola ora libera più di quelle dovute contrattualmente. Anzi, la maggior parte delle volte cercava di rubarle qualche minuto anche della giornata di riposo, chiedendole di preparare caffè e biscotti per la prima colazione. A dire il vero la Gibson in un paio di occasioni era rientrata silenziosamente nell’appartamento e aveva sbirciato nel salotto dove Margaret chiacchierava con un tono alquanto sdolcinato con il misterioso ospite. Lo aveva visto, ma solo di spalle: si trattava di un uomo, alto decisamente più della media, con una chioma indisciplinata, e non tanto di recente curata da un barbiere, aveva un atteggiamento decisamente confidenziale con la padrona di casa. Questo al procuratore distrettuale non lo raccontò, affermò solo che non aveva la minima idea di chi fosse la persona misteriosa.

Amy Gibson, così disse, ci aveva messo più del previsto a recuperare la bottiglia di champagne perché il negozio all’angolo della 71a Strada Ovest dal quale si riforniva abitualmente quel mercoledì era chiuso e aveva quindi dovuto continuare fino alla 71a Est, passeggiata che le aveva richiesto non meno di mezz’ora fra andata e ritorno. Si era accorta subito che qualcosa non quadrava quando era arrivata in prossimità dell’appartamento perché già dal piano terra aveva sentito il grammofono a volume troppo alto e nel salire le scale aveva riconosciuto la melodia riprodotta. Si trattava del a solo composto appositamente per la Canarina dal maestro B.B. de Sylva che, a dire il vero, Margaret detestava e non ascoltava proprio mai. Dato il volume della musica lungo le scale non si era sorpresa di trovare la porta dell’appartamento aperta e prima di entrare aveva iniziato a chiamare la signora Odel con un tono di voce via via più alto e agitato, ma non aveva avuto nessuna risposta.

Era quindi entrata, già alquanto agitata, ma il terrore era sopraggiunto quando aveva trovato il corpo della sua padrona strangolata riverso sul divano. Lo spavento le aveva congelato la voce in gola e per chiedere aiuto non aveva potuto far altro che correre fuori e iniziare a suonare in modo frenetico i campanelli dei vicini. Il palazzo era abitato soprattutto da giovani in carriera trasferitisi da poco a New York, che stavano molto raramente a casa durante il giorno e prima di trovare qualcuno aveva dovuto suonare ad almeno 5 campanelli. Solo accompagnata da Philo Vance, che afflitto da una leggera indisposizione aveva deciso di trascorrere la giornata a casa, era riuscita a rientrare nell’appartamento e a quel punto il signor Vance aveva chiamato il distretto. Nei minuti precedenti l’arrivo dei primi agenti investigativi, che avrebbero preso in carico il caso della Canarina assassinata, Amy Gibson e Philo Vance notarono che mancavano tutti i gioielli della signora Odell.

La cameriera, sin da quel momento, non ebbe un solo dubbio che il motivo dell’assassinio della Canarina non fossero i gioielli, ma qualcos’altro. Pensava a qualche misterioso segreto legato ai due anni trascorsi dalla Odell all’estero, anche questo però non lo disse al procuratore distrettuale.

Continuò raccontando che aveva iniziato a lavorare per la Odell in maniera del tutto fortuita: un giorno dopo essere stata licenziata dal precedente datore di lavoro (a dire il vero la Gibson non si era mai molto distinta come cameriera, professione che non aveva mai amato) l’aveva sentita chiedere a una fiorista del quartiere se conoscesse qualche brava ragazza perché era da poco rientrata dall’estero e aveva bisogno di una cameriera. Le era sembrato strano che una simile opportunità le capitasse così, per caso, ma si era proposta immediatamente. E, a dire il vero, le era sembrato ancora più strano quando la Odell l’aveva assunta senza chiedere referenze o ulteriori informazioni, senza nemmeno farle fare qualche giorno di prova. Da circa tre anni lavorava per la Canarina e non aveva mai avuto problemi o lamentele, nonostante il suo servizio non fosse davvero sempre impeccabile. L’unico difetto della padrona si era rivelato essere proprio quella ristrettezza sulle ore di libertà.

A questo punto, senza ulteriori domande il procuratore distrettuale Markham chiese all’agente Ronson di accompagnare la Gibson a casa o in qualsiasi posto avesse deciso di stare dopo l’assassinio della sua padrona.

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